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7+2 nove parole per la sinistra


(il testo che segue può essere liberamente scaricato e fatto circolare, si tratta di idee che volentieri si vogliono avere in comune - la versione cartacea è stata pubblicata in un microlibro che può esser richiesto a € 10,00 + € 3,00 spese spedizione) scrivendo a zafra48@gmail.com )

7+2 nove parole per la sinistra

Oggi nella Sinistra si fanno prove e si cercano programmi. Forse è necessario ricominciare dalle parole, da quelle più antiche della sinistra, trovarne il significato per i nostri giorni, iniziare un dibattito su ciò che si vuole. Ci sono in alcune vecchie parole significati profondi e urgenze. Una società migliore la si può costruire se ci si intende su almeno sette parole: pane, lavoro, libertà, uguaglianza, giustizia, fratellanza, laicità. L’intesa su queste prime sette parole potrà farci scoprire il senso delle due parole che l’umanità attende da secoli: pace e felicità.

Sorge un interrogativo. Ma cosa vuol dire la parola Sinistra?
Ci laviamo con ambedue le mani ed abbiamo tutti bisogno di acqua pulita per il nostro volto che è uno e per la nostra bocca che è una. Riflettendo su questa unità potremmo rivolgerci all’uomo senza fare particolari distinzione tra sinistra e destra che sembrano dividere l’uomo in due entità opposte. Ma la nostra mente è una ed è insieme un universo, è un grande groviglio di figure e pensieri che si attorcigliano, poi si sciolgono per attorcigliarsi ancora. Navigano nella nostra mente le parole e le sembianze dei nostri genitori, dei cari amici scomparsi; navigano insieme a Cristo, Budda, Cesare, Socrate, Napoleone, e tanti che abbiamo in qualche modo conosciuto; ci viene incontro la Venere di Botticelli a consolarci e poi tragicamente ci ritroviamo in Guernica.
La Sinistra è un insieme di desideri e di Storia che si è sedimentato nella nostra mente: già a partire dalla Rivoluzione francese ci fu un tale Buonarroti che ci fece capire che la Rivoluzione borghese aveva dimenticato i più derelitti; poi arrivò Proudhon insieme ad altri, e poi Marx e Bakunin, e continuammo a perdere quasi tutte le battaglie dell’ottocento; poi arrivò il novecento, vincemmo e scontammo tutta la tragicità della vittoria, non pensavamo di potere avere Macbeth tra i nostri fantasmi.
Altre vittorie si aggiunsero, ma ben lontane dall’Europa che era stata il centro di tutte le invenzioni teoriche del socialismo.Poi nuove voci da lidi diversi e nuove dimensioni, che non si identificavano con la sinistra ma che abbiamo sentito vicine, quella di Gandhi, di Martin Luther King; e le milioni di voci dei manifestanti del mondo pacifista ed ecologista.
Nella seconda metà del novecento abbiamo assaporato tutta la tragicità dei dubbi amletici, e oggi viviamo la difficoltà del non capire la difficile lingua cinese che è riuscita a mischiare le parole comunismo e capitalismo all’ombra di una mancanza di libertà di parola.Molti di noi si sono purgati e pentiti verso il lido del “tutto sbagliato”. C’è ancora una buona fetta di resistenti, litigiosi ma resistenti, attaccati e quelle due o tre cose che ritengono giuste. Nel quotidiano dei grandi partiti della sinistra abbiamo carrieristi consapevoli e inconsapevoli, ma questo è un male che ci accomuna a tutta l’umanità politica.
Per chi ha navigato in qualche modo in quel mare di memorie, rivolgersi alla sinistra non è un venir meno alla unicità dell’uomo ma è un non volere dimenticare i nostri torti e quelle due o tre cose giuste che servono al mondo.Siamo ridotti discretamente male, eppure c’è un mondo fuori che ha bisogno di quelle due o tre cose giuste che abbiamo nel nostro bagaglio, c’è sempre un mondo di derelitti come all’epoca di Buonarroti. Per questo ci è necessario ripartire dalle parole e trarne il significato più profondo, non l’uso delle parole come slogan ma come veicolo della comprensione umana.
Nel ripartire dalle parole, capiterà di incontrare uomini che non si considerano di sinistra e che nel sentire due o tre cose giuste si possono affratellare a noi in quella fratellanza che deve essere necessariamente universale.

(nota: come autore di questi appunti sulle parole, debbo precisare che in questi casi difficilmente ci si può considerare autori, le riflessioni appuntate vengono da un lungo percorso di osservazione e di ascolti – francesco zaffuto, nuddu)
11/11/2010

Pane
Alla parola Pane si lega la storia della stessa sinistra.

Pane: come cibo essenziale per il nutrimento e come mezzi minimi per la sopravvivenza. Nel pane si possono comprendere i vestiti e una casa per ripararsi dal freddo.
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Pane come necessità di sopravvivenza per tutti.Pane come sopravvivenza per tutti significa trovare il giusto welfare all’interno del nostro paese.
Il pane deve derivare dal lavoro; ma a chi è sprovvisto di un reddito e non è in condizione di lavorare (per difficoltà fisiche o per mancanza di richiesta sul mercato del lavoro) va assicurato il minimo per la sopravvivenza. Lo Stato con la sua fiscalità, gli imprenditori e i lavoratori con la contribuzione obbligatoria, debbono costruire i fondi per questa indispensabile mutualità.
Non è possibile che in Italia, paese con una grande presenza sindacale che si ispira ad aspetti confederali, non si sia arrivati ad una indennità di disoccupazione in grado di assicurare il cosiddetto PANE per i lavoratori disoccupati. Gli uffici studi di CGIL, CISL e UIL dovevano operare giorno e notte fino a trovare una soluzione di welfare per risolvere il problema.
I politici di sinistra delle amministrazioni locali debbono farsi carico di affrontare i più estremi problemi di indigenza. Chi si costruisce una baracca deve essere rispettato ed aiutato a trovare una casa, e non scacciato con bonifiche di polizia come se fosse un insetto.
La necessità di sopravvivenza per tutti è rivolta all’uomo in quanto singolo essere e agli uomini come addizione necessaria di tutte le singole entità. Di conseguenza Pane per tutti significa INTERNAZIONALISMO, significa lotta contro la fame nel mondo, responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Essere di sinistra non può significare guardare solo al proprio Comune o Stato, significa farsi carico del destino di sopravvivenza del singolo uomo e di tutti gli uomini. Oggi, una lotta per il Pane per tutti deve portare la sinistra ad interessarsi dell’Africa come problema internazionale da affrontare con carattere di priorità. Solo in questo modo si possono mitigare i processi migratori determinati dalla miseria, dalle guerre e dalle dittature locali. Una politica internazionalista per il pane per tutti porta verso la pace.
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Pane come ordine di priorità economica.Pane come ordine di priorità economica significa interessarsi dell’ambiente: la terra, le acque dei fiumi e dei mari, dove si generano le risorse alimentari del mondo.
La terra non va impoverita con fenomeni di supersfruttamento o con estensive destinazioni ad uso non agricolo; il mare va visto come la più grande riserva alimentare autorigenerantesi; le acque dei fiumi come fonte primaria di ricchezza da conservare in tutta la loro limpidezza.
Pane come ordine di priorità economica significa interessarsi della politica alimentare nazionale e internazionale: considerare l’agricoltura come cardine economico di riferimento; sviluppare con ogni possibilità l’imprenditorialità in agricoltura; sviluppare le conoscenze nel campo delle tecnologie agricole; fondare scuole ed indirizzi di studio in campo agrario; non fare deperire i centri e i comuni agricoli e farli diventare centri propulsivi di iniziative. Invertire per quanto possibile il cosiddetto centro di attrazione delle grandi città. Salvaguardare e sviluppare la cultura delle tradizioni contadine.
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Pane liberatoLe aziende che lavorano nel campo agricolo, specie le piccolissime aziende agricole a conduzione familiare, hanno bisogno di essere liberate dal costante ricatto della grande distribuzione. Occorre una vigilanza sul capitalismo commerciale che si dedica agli ammassi di beni agricoli con prezzi estremamente bassi all’origine e prezzi estremamente alti verso il consumatore (spesso si insediano in questo processo anche organizzazioni criminose). In particolari situazioni va valutato anche un intervento pubblico nella gestione degli ammassi.
Va favorita la piccola proprietà fondiaria agricola e stimolata verso nuove iniziative produttive: possibilità di commercializzare liberamente i propri prodotti e possibilità di avviare aziende di prima trasformazione del prodotto agricolo; il tutto senza eccessive pastoie burocratiche. Vanno organizzati mercati liberi per i prodotti agricoli su base comunale e provinciale.
Nei comuni agricoli i braccianti debbono essere inseriti in liste di collocamento pubbliche comunali per evitare fenomeni di capolarato. Gli stessi lavoratori sprovvisti di cittadinanza italiana che si vogliono impiegare come braccianti debbono inserirsi in liste pubbliche presso i comuni. Non mancano mezzi informatici per rendere funzionali le liste pubbliche e se si trova un lavoro per qualche impiegato comunale in questa direzione si tratta di un investimento proficuo in agricoltura.
Libera impresa nel settore agricolo, sviluppo dell’associazionismo e della mutualità tra piccoli agricoltori, assegnazione di fondi incolti del demanio pubblico a lavoratori disoccupati che vogliono iniziare un’attività agricola, riforestazione di determinati luoghi del territorio. Intervento pubblico per le regole e per la sorveglianza contro la criminalità. Credito e finanziamento alle piccole aziende agricole, buon uso delle risorse comunitarie.

Lavoro
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Lavoro e riconoscimento di valore
Nel lavoro, almeno come oggi lo viviamo nel nostro paese, pare che siano condensati due elementi:- lavoro come strumento per procurarsi beni atti a soddisfare bisogni umani- lavoro come forma di riconoscimento di un valore sociale.Questi due elementi vengono vissuti come indivisibili e la remunerazione più o meno elevata del lavoro viene legata al cosiddetto maggiore o minore riconoscimento sociale. Il cosiddetto maggiore o minore riconoscimento remunerativo dipende da diverse variabili: mercato, fortuna, e norme che prevedono qualche garanzia o anche qualche privilegio.
Un uomo sprovvisto di beni o con pochi beni cerca un lavoro soprattutto per procurarsi i beni necessari ai suoi bisogni; ma in questa ricerca di un lavoro è pervaso anche da un’ansia di riconoscimento delle sue qualità. Anche un uomo provvisto di beni in abbondanza per l’ansia di riconoscimento è portato a cercare una qualche collocazione sociale che si manifesta con un lavoro. Questo condensato dei due elementi fa aumentare la drammaticità della ricerca di un lavoro in Italia specie per quelle persone che hanno conseguito titoli di studio elevati e non riescono a trovare neanche un lavoro manuale. La mancanza di riconoscimento sociale unita alla mancanza di mezzi per la sopravvivenza può portare a stadi di disperazione estremi.
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Lavoro mondializzato
La ricerca del massimo profitto delle imprese in un mercato globale ha portato il lavoro al massimo di concorrenza: il lavoratore trova concorrenti esterni in lavoratori super sfruttati che producono beni in paesi lontani, beni che poi vengono importati nel nostro paese; e trova concorrenti interni in lavoratori che si sono spostati verso il nostro paese in cerca di una attività lavorativa. Queste due concorrenze portano a deprimere salari e condizioni lavorative. Precarizzazione e lavoro in nero, sono diventate una condizione di normalità.
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Il lavoro e il prezzo della vitaMinatori sepolti che attendono di essere tirati fuori, operai che si calano dentro una cisterna per pulirla e rimangono dentro intrappolati dalle esalazioni, condizioni di orario e di paga che sono a livello della riduzione in schiavitù; sono tutti aspetti del mondo del lavoro oggi. Nel nostro paese mille vite perse in un anno per incidenti sul lavoro sono una cifra da brivido vista come normalità.
La Sinistra dovrebbe iniziare due battaglie: una normativa e una culturale.
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La battaglia normativa
La Sinistra deve dare impulso al movimento internazionalista per il riconoscimento dei diritti dell’uomo e del lavoratore: se ci sono schiavi anche lontani il mercato del lavoro viene sconvolto dalle condizioni di schiavitù. Le aziende italiane che preferiscono lavorare all’estero, per sfruttare al massimo i lavoratori, non possono poi chiedere vantaggi in Italia.
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Sulla piena occupazione
Nel nostro paese debbono essere affrontati come priorità le questioni relative alla disoccupazione, al precariato e al lavoro in nero.
Il lavoratore disoccupato che dichiara la propria disponibilità al lavoro dipendente, e che si inserisce in liste di collocamento di attesa, deve avere una minima retribuzione sociale; retribuzione che verrà a cessare in caso di assunzione o di rifiuto al collocamento.
La flessibilità, esigenza delle aziende, va pagata con una remunerazione superiore; di conseguenza i rapporti di lavoro precario debbono costare alle aziende di più del lavoro a tempo indeterminato. La paga in più deve servire alla costruzione di fondi per la retribuzione minima sociale nei periodi di disoccupazione.
Il lavoro nero va combattuto con norme che penalizzino i datori di lavoro, con una rete di controllo da parte degli ispettorati del lavoro e della finanza; con liste di collocamento pubbliche. Nel contempo alle aziende che danno lavoro regolare va dato qualche beneficio sul piano fiscale.
Vanno incoraggiate tutte le forme di lavoro autonomo, nell’agricoltura, nell’artigianato, nel commercio, nei servizi, nelle professioni: con una fiscalità realmente proporzionale agli effettivi guadagni, con l’eliminazione di vincoli burocratici, con l’eliminazione di privilegi corporativi, con la limitazione delle posizioni monopolistiche delle grandi aziende della distribuzione (le licenze date a grandi ipermercati hanno nei fatti distrutto quasi tutto il piccolo commercio che era in qualche modo una fonte occupazionale).
L’orario di lavoro va contenuto e diminuito a fronte di nuove assunzioni, il lavoro straordinario deve essere considerato come elemento straordinario e non deve essere favorito dalla normativa, ma anzi reso oneroso per le aziende.Ai lavoratori con titolo di studio elevati vanno affidati possibilità occupazionali dove possono in qualche modo impiegare il bagaglio culturale acquisito; in questa direzione debbono operare le aziende pubbliche e le stesse aziende private; altrimenti si scoraggia lo studio. Nel contempo deve essere avviata una attenta informazione sulle tipologie di formazione richieste dalle aziende pubbliche e private.
Gli Enti locali e lo Stato debbono farsi promotori come datori di lavoro per migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione in relazione a: bonifiche del territorio, servizi alla cittadinanza, assistenza. Vanno fatti i necessari investimenti per migliorare la scuola e la formazione professionale.
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Sulle condizioni di vita
La sicurezza per evitare incidenti sul lavoro, le misure contro la nocività, i diritti sulla malattia, il diritto di sciopero; non possono essere barattati contrattualmente con aumenti di salario. Per un salario contenuto c’è sempre la speranza di poterlo aumentare, con la perdita dei diritti si torna a gradi di sfruttamento selvaggio a cui è difficile porre rimedio, si imbarbariscono tutti i rapporti umani nei luoghi di lavoro.
Vanno trovate le condizioni per conciliare lavoro e maternità: dal part-time agevolato agli asili vicini al posto di lavoro.
I lavoratori che si avvicinano all’età pensionabile debbono essere collocati su mansioni e orari di lavoro che meglio si conciliano con la riduzione delle loro capacità fisiche.
Va affrontata la questione prima casa per i lavoratori, mutui e affitti assorbono gran parte del salario percepito. Un fondo comune per la prima casa può farci ritornare ad una mutualità in questo campo che è stata totalmente abbandonata.
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La battaglia culturaleVa posta una battaglia culturale per il riconoscimento dell’uomo in quanto uomo e non in quanto unità di produzione. L’uomo come unità di produzione deriva da una concezione capitalistica che lo stesso capitalismo industriale è riuscito a trasferire in alcuni aspetti del pensiero socialista. Il riconoscimento di valore in una società dato all’uomo non può derivare solo dalla remunerazione del lavoro. Il tempo della vita deve essere liberato gradualmente dal lavoro.
Il lavoro deve servire a trovare i mezzi necessari al soddisfacimento di bisogni; ma il continuo puntare all’espansione di bisogni fittizi crea solo una esasperata moltiplicazione di prodotti inutili e spesso dannosi per lo stesso pianeta. Va generata una cultura del benessere attraverso l’essenzialità, del regalo, della gratuità.
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Libertà
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La parola Libertà è necessaria per affrontare ogni discorso sull’uomo. Ho voluto cominciare dalle parole Pane e Lavoro perché sono state quelle che hanno caratterizzato la Sinistra, ma le stesse parole pane e lavoro sono riconducibili alla parola libertà.
Un uomo che si alza al mattino e che sa di non avere i mezzi di sopravvivenza per sé e per la propria famiglia si trova in una condizione di prostrazione tale che può accettare anche un patto di schiavitù.
Il movimento socialista pose con le parole Pane e Lavoro un problema di Libertà che la stessa Rivoluzione borghese aveva evitato di porre. Pane e Lavoro intesi come necessità per rendere libero l’uomo dal bisogno fanno parte della stessa parola Libertà.
L’idea fondante del movimento socialista di liberare l’uomo da quelle necessita estreme ed immediate che lo strozzano nel fisico e nella psiche è un’idea di Libertà. Dopo un ‘900 in cui si sono maturate esperienze di comunismo andate in fumo e dove le poche esperienze di socialismo democratico si sono arenate su un vuoto riformista ancorato al neoliberismo, la riflessione sulla parola Libertà è centrale per la Sinistra.
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Libertà di pensiero e di espressione del pensiero
Il pensiero è pane dell’uomo; se il pane che nutre è cibo per il corpo, il pensiero è cibo per la mente, e la mente è il motore primo del corpo stesso. Ogni limite alla libertà di pensiero e alla sua espressione e comunicazione rende l’uomo asfittico e la stessa società che si costruisce su tali premesse è solo apparentemente forte ma in realtà priva dei fondamenti vitali.
Non ci sono “idee giuste”, c’è il pensare che costantemente si aggroviglia e si scioglie. Le idee giuste o sbagliate che siano debbono potersi esprimere liberamente e l’esercizio di tale libertà è fondamentale per la necessaria cura che va data alla ricerca della verità.
Una Sinistra che ha alle spalle un passato di errori causati dal totalitarismo e che è capace di riflettere sul passato, sa che la libertà di pensiero e della sua espressione e comunicazione è il bene primo da difendere come il pane. Di conseguenza la libertà di stampa (anche attraverso strumenti moderni come internet); nel suo reale esercizio per ogni singolo uomo (e non solo per chi si qualifica professionalmente come giornalista); è da considerare elemento imprescindibile della Libertà; non può essere sottoposta ad alcun vincolo, censura e preventiva autorizzazione.
Pertanto in Italia, sono necessarie modifiche immediate alla legge sulla stampa e a quella sull’Ordine dei giornalisti al fine di garantire la libertà di espressione all’uomo in quanto essere umano.Gli unici vincoli possibili alla libertà di pensiero e di espressione sono legati alla tutela della libertà di espressione di altri singoli uomini:
- possibilità data ad altri uomini di smentire e precisare con lo stesso peso;
- limiti alla proprietà dei mezzi di comunicazione.
Possedere mezzi e strumenti di comunicazione per divulgare il proprio pensiero, fa parte dell’esercizio della libertà di espressione del pensiero: ogni uomo sia libero di scrivere e dire quello che vuole su un libro, su un foglio stampato, su un blog, in uno spettacolo o manifestazione o conferenza; attraverso strumenti che possono essere anche di sua proprietà e deve essere sgravato da ogni onere burocratico o fiscale che possa impedire minimamente la sua libertà .
Possedere una casa editrice o organo di stampa che pubblica il pensiero di più autori è ascrivibile alla attività di impresa; l’attività d’impresa deve essere ricondotta a leggi che impediscano posizioni di monopolio e cartelli oligopolistici; le misure antitrust diventano garanzia per la stessa libertà di espressione. Un soggetto privato non può essere proprietario di più strumenti di comunicazione nello stesso settore.
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Libertà e proprietà non sono la stessa cosaLa proprietà è l’arte del segnare le cose, con l’apposizione di segni si dice che una cosa appartiene a un essere anche quando tale essere non si trova fisicamente insieme alla cosa. Un singolo uomo nella sua espansione del proprio IO potrebbe arrivare a segnare tutte le cose del mondo.
L’esistenza stessa di altri uomini pone un necessario limite al segnare di un singolo uomo.
La rivoluzione borghese pose la difesa della proprietà e la difesa della libertà sullo stesso piano, ciò era congeniale allo sviluppo della libertà di impresa e all’affermazione della borghesia.
Il marxismo individuò nella proprietà dei mezzi di produzione l’accumulazione della ricchezza capitalistica tramite l’espropriazione del plusvalore.
Per evitare l’accumulazione capitalistica c’erano tre possibilità: generale ritorno a micro imprese artigiane e contadine condotte da un singolo (ipotesi scartata in partenza da tanti pensatori socialisti perché contrastava con qualsiasi modello di sviluppo industriale, sviluppo visto tutto sommato come un progresso dallo stesso Marx); l’associazionismo volontario di operai proprietari dell’impresa (ipotesi propugnata da Proudhon ma che si è tradotta solo in parziali esperienze di sviluppo del movimento cooperativistico); l’ipotesi di uno Stato proprietario dei mezzi di produzione che destina successivamente in beni e servizi il plusvalore accumulato (ipotesi in parte realizzata dell’esperienza del comunismo in un solo paese e che produsse un elefante burocratico che mangiò se stesso).I
l socialismo moderato europeo e il keynesianesimo si avviarono verso scelte di economia mista dove potevano convivere uno Stato impegnato in alcune scelte produttive e l’impresa capitalistica.
Dagli anni ottanta la scelta del libero mercato come tiranno indiscusso ha orientato buona parte della stessa sinistra verso la visione di un capitalismo come entità unica dello sviluppo economico.
La Sinistra oggi non può lasciarsi fagocitare dal libero mercato e dai suoi caotici capricci; le stesse sorti del pianeta potrebbero essere pregiudicate in modo irreversibile, rischiamo di affogare nell’immondizia di una produzione inutile, rischiamo di essere sballottati e distrutti da una speculazione finanziaria ben distante dalle stesse imprese che generano lavoro, le stesse piccole imprese capitalistiche vengono costantemente distrutte dall’avanzare di interessi protetti da cartelli oligopolistici.
La Sinistra non può lasciarsi uccidere dal libero mercato e nel contempo deve riconoscere un valore propulsivo alla libera impresa; è una strada difficile e per percorrerla è necessario che la politica svolga un ruolo autonomo dall’economia.
E’ necessario un sistema economico dove possano convivere: la microimpresa individuale, l’associazionismo cooperativo, uno Stato imprenditore nei settori strategici e nei settori dove è necessaria una spinta allo sviluppo, una libera imprenditoria medio/grande privata bilanciata dalla presenza di liberi organismi sindacali, un esercizio del credito che deve essere sia pubblico che privato, un ruolo di regolamentazione dei mercati finanziari svolto dallo Sato in collaborazione con altri stati a livello internazionale.
L’azienda privata non può essere considerata un impero dove l’imprenditore detta tutte le leggi; l’imprenditore potrà decidere sui suoi beni ma non sugli operai, il lavoro ha un aspetto contrattuale privato ma per la socialità che esprime ha un carattere pubblico.
Nel nostro paese si pose fine al collocamento pubblico tramite liste di attesa facendo vincere la concezione più privatistica possibile: dalle liste di collocamento pubbliche si passò alla chiamata diretta dell’imprenditore sul 50% delle assunzioni e poi si passò alla totale chiamata diretta dell’imprenditore; la fabbrica come impero personale si realizza grazie alla stessa “sinistra” nel 1996. Se si può comprendere che l’imprenditore possa avere necessità di operare una scelta sulle diverse capacità dei lavoratori, tale criterio non si può accettare come ordine generale; considerato che una normale capacità può bastare per eseguire un lavoro, almeno i 2 terzi dei lavoratori vanno assunti da liste di attesa di pubblico collocamento, solo così si possono evitare le lunghe disperate soste in condizione di disoccupazione. Una società che tutela la libertà d’impresa deve tutelare in egual modo i lavoratori che cercano un lavoro.
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Libertà come equilibrio nei rapporti umaniIl riferimento alla libertà del singolo uomo va considerato come misura per affrontare tutti i problemi di interesse sociale e privato, e per tutte le norme da progettare, approvare o respingere. Va sempre posta la domanda: “l’equilibrio che si sta realizzando è rispettoso della libertà del singolo uomo?” Solo in questo modo si possono evitare gravi errori quando si mettono in campo progetti sui problemi etici, sulla convivenza, sulla religione, sulla scuola.
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Uguaglianza
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Uguaglianza seconda parola della Rivoluzione francese e la prima ad essere abbandonata; la borghesia nell’800 preferì tornare ad allearsi con i residui della nobiltà più retriva per fronteggiare i movimenti popolari; e nel ‘900, per porre un ostacolo all’uguaglianza, ha inizialmente condiviso il pensiero fascista e nazista.
Il comunismo reale in URSS costruì all’Uguaglianza una sorta di simulacro; era diventata una entità astratta e di riferimento per ogni rito liturgico e nel contempo si svilupparono i “satrapi” più uguali degli altri che si misero a capo di sedi di partito e di istituzioni pubbliche, l’uguaglianza divenne invadenza.
La parola Uguaglianza va coniugata con la parola Libertà altrimenti non ha senso.Ogni essere umano è diverso e va rispettato e valorizzato per la sua diversità; l’Uguaglianza ci deve salvare dalla selvaggia lotta della natura, da una sorte avversa e dall’ingiustizia sociale; l’Uguaglianza deve renderci uomini all’interno dell’umanità riconoscendo la nostra unicità.
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Uguaglianza contro la cattiva sorteUguaglianza per difenderci dalla malattia, dalla inabilità, dalla vecchiaia, dagli incidenti gravi.L’assistenza sanitaria per tutti e di buona qualità è il primo cardine dell’uguaglianza. Visto che in Italia una assistenza sanitaria per tutti ce l’abbiamo, dobbiamo difenderla e migliorarne la qualità.
L’aspetto pubblico dell’assistenza va difeso, ogni interesse speculativo dei privati va posto sotto osservazione, eliminato o fortemente limitato.
L’assicurazione obbligatoria per la pensione in Italia è terreno di attacchi riformistici che tendono a spazzare via il suo carattere pubblico e a limitarla.
L’istituzione della pensione deve avere un carattere pubblico e mutualistico, chi ha di più deve in qualche modo venire in solidarietà con chi ha di meno e costruire insieme a tutti la pensione di Stato.
Un solo istituto assicurativo pubblico per raccogliere l’assicurazione obbligatoria ed anche quella volontaria è la soluzione più ragionevole sul piano organizzativo ed anche la più economica..Chi vuole costruirsi forme assicurative aggiuntive con istituti privati lo faccia liberamente ma senza aiuti e oneri da parte dello Stato. Le ultime riforme introdotte sono solo servite ad aumentare i profitti di banche ed assicurazioni private.
Assicurazione obbligatoria e pubblica per eventuali gravi incidenti, per tutelare i terzi e lo stesso artefice dell’incidente. Nei casi in cui l’assicurazione è obbligatoria per legge (vedi anche quella automobilistica) ci deve essere l’ente assicurativo pubblico che tratta il livello di assicurazione base; il costo di una assicurazione pubblica può essere ben più contenuto.
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Uguaglianza per le opportunità del futuroLa possibilità data a tutti di accedere all’istruzione fino ai più alti livelli permette l’Uguaglianza ai cittadini poveri ed è fonte di ricchezza futura per lo Stato perché eleva il bagaglio della cultura e della professionalità di tutto il popolo.
La scuola pubblica in Italia è stata una grande opportunità per tutti e va difesa e migliorata nella sua qualità. La possibilità data a tutti di accedere gratuitamente ai più alti gradi di istruzione è un principio base dell’uguaglianza.
Attualmente in Italia esiste una quasi gratuità fino alle medie superiori, la gratuità deve essere garantita anche nelle Università in ragione del merito e del reddito.
Attivazione periodica e senza rinvii dei concorsi pubblici con regole concorsuali trasparenti per l’accesso al pubblico impiego.L’attivazione di liste di collocamento pubbliche anche per la chiamata al lavoro nelle aziende private in ragione di due terzi per tutte le assunzioni.
Libero accesso alle attività di lavoro autonomo e alle professioni evitando sacche di privilegio.
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Uguaglianza come aspetto morale in tutti i gradi dell’amministrazione della cosa pubblica.Chi si occupa della cosa pubblica con cariche politiche o con cariche amministrative in enti pubblici deve avere uno stipendio dignitoso, tale da mantenere la sua autonomia, ma non può introitare redditi eccessivamente elevati. Le aziende private possono comportarsi come credono, ma l’amministrazione pubblica deve avere un riferimento.
Lo stipendio di un deputato, di un ministro, di un presidente di regione, di un giudice, di un generale, di un direttore di ente pubblico deve essere in qualche modo rapportato a quello di un operaio. La sinistra proponga che non venga mai superata per un deputato la paga di tre operai. A chi riveste la carica di deputato va garantita la possibilità di spostarsi per esercitare il suo mandato ma vanno eliminati i privilegi e contenuti i costi.
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Un sistema fiscale improntato alla UguaglianzaLa sinistra deve farsi promotrice di un risparmio nella pubblica amministrazione per diminuire l’imposizione fiscale eliminando sprechi e privilegi.
La sinistra non può farsi paladina di una diminuzione delle “tasse” a fronte di un peggioramento dell’assistenza sanitarie, delle pensioni e della scuola. Il sistema fiscale deve essere improntato all’Uguaglianza nella partecipazione alla spesa pubblica in ragione del patrimonio e del reddito.
Le imposte non servono solo per il mantenimento delle strutture dello Stato, hanno un carattere redistributivo della ricchezza sotto forma di assicurazione, servizi, assistenza.
Il sistema fiscale deve articolarsi in: Imposte sul reddito, Imposte sul patrimonio, Imposte sui consumi, Tasse in relazione a servizi specifici. Solo con una articolazione equa tra queste tipologie si può realizzare una Uguaglianza impositiva.
Le imposte debbono sempre riferirsi ai principi sanciti dalla Costituzione di proporzionalità e progressività. Va pertanto reintrodotta l’aliquota minima per l’IRPEF e il suo scaglionamento deve essere distribuito in aliquote progressive da 5% a 40%. La cosiddetta semplificazione delle aliquote ha solo danneggiato i ceti medi e i ceti meno ambienti.
L’ICI va fatta diventare unica imposta sul patrimonio immobiliare e va fatta pagare in ragione della ricchezza patrimoniale immobiliare; vanno eliminate o estremamente limitate le imposte di registro, e notarili, che fanno aumentare i prezzi reali nella compravendita degli immobili.
L’ ICI sulla prima casa può avere un regime di esonero ma solo per un livello patrimoniale che non supera il valore medio di una casa economica.Obbligo di registrazione degli affitti va sostenuto con misure adeguate in grado di scoraggiare l’evasione. L’affitto pagato per la prima casa di abitazione deve poter essere portato in detrazione del reddito con gli stessi vantaggi della prima casa di proprietà.
Va eliminata l’IRAP, che per il suo meccanismo penalizza le aziende che creano lavoro, e sostituita con una imposta sul patrimonio aziendale.
Va ridotta l’imposta sugli interessi bancari al 20% ed elevata l’ imposta su tutti i titoli di reddito (dall’attuale 12,5% al 20%).
Va eliminata l’imposta di bollo sui conto correnti bancari che pesa indiscriminatamente anche sui piccolissimi risparmiatori e su chi utilizza i servizi bancari.
Va aumentata l’aliquota IVA su tutti i beni di consumo di lusso e ridotta l’IVA su beni di consumo di necessità.
Totale defiscalizzazione di pane e pasta e imposizione dei prezzi per le qualità comuni. Vanno reintrodotti controlli e sanzioni sugli scontrini fiscali e le ricevute fiscali.
Va eliminata ogni forma di bollo per partecipazione a concorsi, assunzioni e certificazioni di titoli di studio.
L’ammontare delle tasse per lo smaltimento dei rifiuti delle famiglie deve essere comparato ai rifiuti prodotti e tale da coprire i costi di smaltimento.
L’evasione fiscale non va combattuta con astratti studi di settore e con imposizioni forfettarie che penalizzano i piccoli commercianti, artigiani, professionisti; ma con effettivi accertamenti da parte delle agenzie delle entrate diffusi e pubblicizzati. Gli accertamenti dovranno essere indirizzati al combattere il fenomeno dell’evasione fiscale insieme all’evasione contributiva.
Le sanzioni non debbono contenere la solita minaccia della galera; debbono essere gravi dal punto di vista patrimoniale, eque rispetto all’ammontare evaso e certe nell’applicazione.
I procedimenti di contenzioso tributario vanno resi rapidi nei tempi adeguando gli organici e distinguendo le procedure tra livelli minimi di evasione e livelli elevati.
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Uguaglianza oggi, significa poter godere dei beni della naturaAbbiamo tutti il diritto a respirare aria pulita e bere acqua pulita.
Non ci può essere per le aziende un diritto di inquinare a fonte del pagamento di una ammenda o di una imposta.
Tutta l’azione pubblica deve essere rivolta a prevenire il danno ambientale e solo successivamente a intervenire con immediatezza per le necessarie bonifiche del territorio.
Tutte le aziende debbono avere una attenta certificazione dei rifiuti industriali e un piano certo di smaltimento senza danni per l’ambiente.Ogni euro speso per l’ambiente, è speso bene: va in direzione dell’uguaglianza dei diritti naturali dell’uomo, aumenta le possibilità di occupazione, fa diminuire i costi per successive bonifiche spesso difficili; evita i danni irreversibili.
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Giustizia.
In un conflitto tra due cittadini lo Stato può ergersi a giudice, ma in un conflitto tra un cittadino e lo Stato chi dovrebbe essere il giudice? Se uno dei due contendenti è giudice è abbastanza ovvio che non darà torto a se stesso. La terzietà del giudice è requisito necessario per la giustizia. La divisione dei poteri dello Stato in legislazione, amministrazione e giurisdizione è una preziosa eredità del pensiero illuminista di Montesquieu, sta a garanzia dell’equilibrio sociale e in difesa della libertà del cittadino più debole; anche se questa garanzia a volte ha un deficit, per le conventicole che attraversano tutti i poteri, crea in ogni caso difficoltà al cattivo operare.
Viviamo un momento in Italia in cui il potere esecutivo ha cominciato a prevalere su quello legislativo: spesso si fa ricorso a decreti di Governo e diverse leggi complesse (omnibus) vengono approvate con ricorso al voto di fiducia. Il potere esecutivo pare volere estendere un controllo anche sulla giurisdizione attraverso la riforma delle carriere della magistratura: separando la carriera della magistratura inquirente da quella giudicante, legando la magistratura inquirente al ministero della giustizia, limitando l’obbligatorietà dell’azione penale, dando alla polizia più poteri procedurali.
La separazione della magistratura inquirente da quella giudicante se configurata come una misura di garanzia di assoluta terzietà della magistratura giudicante può essere condivisibile; ma la magistratura inquirente deve mantenere la sua autonomia dal potere politico come quella giudicante, deve rimanere l’obbligatorietà dell’azione penale, e deve restare in capo alla magistratura il ruolo inquisitorio e non va affidato agli organi di polizia. Un potere esecutivo che vuole esercitare un controllo verso la magistratura inquirente crea le premesse per scelte autoritarie.
L’elenco dei mali della Giustizia nel nostro paese è notevole, ma spesso non trattasi di mali che si possono fare risalire ai giudici, le responsabilità maggiori sono in capo all’organo legislativo che non prende le adeguate misure e spesso è dominato da gruppi politici che fanno calcoli di convenienza o di protezione di interessi.
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L’alleggerimento per la GiustiziaMolti reati, specie quelli di minore portata, dal furtarello al contrabbando o al piccolo spaccio di droghe, derivano da un tessuto dove si propaga il malessere sociale. La malavita organizzata spesso usa queste sacche di malessere per il suo primo reclutamento. L’affrontare la questione sociale di cui si è detto alle parole pane e lavoro determina un forte alleggerimento per la giustizia, perché verrebbero a cessare i reati occasionali provocati dal malessere sociale e verrebbe a diminuire anche la base di reclutamento per la malavita organizzata. Di questo alleggerimento ne verrebbe a godere tutta la società in generale.
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Sui tempi della giustizia
La giustizia deve essere giusta. E’ una affermazione lapalissiana che rasenta la stupidità ma diventa quasi necessaria per chiarire che è ancora più stupido dire che “la giustizia deve essere breve”. Se la lentezza della giustizia si traduce nei fatti in una ingiustizia per un indagato innocente, la mancanza di un giusto processo e lo scagionamento di un colpevole danneggia le vittime e la società. La giustizia non può trasformarsi in un terno a lotto dove si gioca ad aspettare ritardi e incongruenze procedurali.
Con la giustificazione della difficoltà per i tempi della giustizia nel nostro paese si sono già introdotti: rito abbreviato, patteggiamento con sconti pena, riduzioni di termini di prescrizione e di custodia; oggi si vuole procedere ancora su questa linea con il cosiddetto “processo breve”. Già il patteggiamento e gli sconti di pena hanno introdotto di fatto un processo disuguale per chi ha commesso gli stessi reati: tutti i delinquenti che si caricano subito di una colpa e non fanno perdere tempo alla giustizia ottengono sconti; quelli che testardamente vogliono dimostrare la loro innocenza rischiano di prendere un pacco di anni in più di galera.
Occorre riformare questa riforma che ha introdotto una giustizia non uguale per tutti e non introdurre ulteriori riforme in danno dell’uguaglianza di fronte alla legge. Tutti debbono avere lo stesso giusto processo.I tempi di attesa dei diversi gradi di giudizio vanno accorciati dotando la giustizia di un sufficiente organico di magistrati, cancellieri e strumenti tecnici idonei.
Se non bastano i giudici, non ci sono problemi, si aprano i concorsi; non mancano avvocati con grande capacità ed esperienza disposti a transitare verso la magistratura. Se non bastano i soldi per pagarli, non ci sono problemi, si riduca lo stipendio a tutti i politici, ai giudici cassazionisti, ai docenti ordinari universitari, ai generali e colonnelli, a presidi di scuola, e si trovano i soldi per pagare i nuovi giudici. Chi degli elencati privilegiati osa dire che la giustizia non serve? Lo dica ad alta voce.
Non se ne vengano con la solita chiacchiera dell’informatizzazione che risolve tutto, l’informatizzazione può sicuramente aiutare ma gli urgenti problemi di organico vanno affrontati, la stessa informatizzazione viene avviata da uomini competenti in organico.Una riforma che può essere necessaria è rivedere gli aspetti del terzo grado di giudizio, il cosiddetto ricorso in Cassazione. L’accentramento di tutti i processi nella sola sede di Roma porta in effetti a una strozzatura della conclusione dei procedimenti. Il ruolo della Cassazione va rivisto in termini di competenza e in termini di decentramento.
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Sulle pene detentiveLe nostre carceri scoppiano, sono sovraffollate, c’è un alto numero di suicidi tra i detenuti e perfino tra le stesse guardie carcerarie. Non mancano le rivolte nelle carceri e si fa ricorso a forme di indulto per sfoltire la popolazione carceraria facendo mancare la certezza della pena.
Va operata una riforma della giustizia penale, introducendo misure alternative alla carcerazione per i reati minori con forme di lavoro forzato risarcitorio, con periodi di sorveglianza, con limiti alla circolazione nel territorio.
La pena detentiva deve rimanere per tutti i reati gravi e per tutti i casi di pericolo sociale e di possibilità di reiterazione del reato. Considerata l’urgenza dell’adeguamento delle pene detentive è necessario che il Parlamento (e in particolare la sua commissione giustizia) stia a lavorare giorno e notte fino a trovare le soluzioni.
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Fratellanza
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“Proletari di tutto il mondo unitevi”
Il movimento socialista nasce all’insegna di una fratellanza universale che voleva abbracciare tutti i proletari del mondo; la fratellanza continua ad animare il movimento socialista, anche se attraversato da diverse correnti di pensiero, per tutta la seconda metà dell’ottocento. Ma agli inizi del novecento il socialismo europeo si accontentò di rappresentare un riformismo nazionale ben lontano dalla fratellanza universale, l’interesse delle nazioni diventò prevalente e il socialismo europeo venne travolto, la fine della seconda internazionale e la prima guerra mondiale rappresentarono la prima grande crisi dell’anima degli uomini del novecento. Dopo la prima guerra mondiale diversi tentativi di internazionalismo sono stati messi in campo ma non si sono più riannodate le fila di un discorso unitario del movimento socialista sulla fratellanza: la terza Internazionale fu solo una emanazione della politica di Stalin, la quarta internazionale fondata da Trotsky si è tradotta solo in una speranza minoritaria, e infine nel 1951 l’internazionale socialdemocratica e laburista si è ispirata ad un vago riformismo capace di digerire anche gli aspetti più deteriori del capitalismo.
Il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale cercò di darsi un ordine a prescindere dalle scelte ideologiche per scongiurare una nuova guerra, l’ONU divenne una sede per tutte le nazioni. L’ONU, anche se debole e legato al ruolo delle superpotenze che esercitano il diritto di veto, comincia a godere di un prestigio dato dalla necessità: il mondo è diventato stretto, super armato nuclearmente, e alcuni livelli di convivenza pacifica vengono considerati un obbligo.
L’Europa, uscita dalla seconda guerra mondiale, comincia a marciare verso una istituzione aggregativa, parte dagli interessi economici e riesce a costruire una forma di mercato comune; successivamente si evolve verso qualche forma di rappresentanza politica istituzionale come il Parlamento europeo; oggi ha ancora difficoltà ad aggregare i popoli d’Europa ma detta legge sulle regole economiche e condiziona le scelte degli stati membri.All’ombra dei grandi organismi come ONU e UE sono nati accordi e istituti come: GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio), WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la BCE (banca comune europea); istituti che dovevano dare regole al capitalismo e che si sono mostrati legati al capitalismo. Banche private sempre più potenti, multinazionali industriali e del settore energetico, società finanziarie offshore, hanno costruito una sorta di fratellanza universale degli interessi del capitalismo mondiale. Una fratellanza atipica fondata su un sangue comune: il denaro fluido e scivoloso su tutti i mercati che disdegna i controlli e che tende a controllare le leve della politica.
Il riformismo socialista di fronte alla fratellanza universale degli interessi capitalistici diventa sempre più debole e viene solo chiamato in causa per risolvere crisi economiche, fare da aggiustatore per poi fare ripartire di nuovo la stessa macchina capitalistica.
La sinistra e il movimento socialista per rifondare una fratellanza universale devono ripartire dal singolo uomo come centro dei diritti e della libertà, rimettendo in campo le questioni: pane, lavoro, uguaglianza. Oggi merci e capitali si spostano sulla base della ricerca del massimo profitto e uomini disperati si spostano per cercare pane e lavoro e vanno in paesi dove altri uomini tendono a perdere pane e lavoro.
La fratellanza oggi va definita ad un livello spirituale più alto: se la fratellanza della seconda metà dell’ottocento e del novecento faceva riferimento soprattutto all’appartenenza di classe oggi la nuova fratellanza deve fare riferimento a tutti gli uomini che vogliono essere liberi.
Fratellanza è tentare di capire cosa passa nel cuore di un uomo che attraversa il mare su un barcone, mentre fugge disperato dalla sua terra, e vede quella striscia di terra nuova dove ha riposto una speranza.
Fratellanza ha come obbiettivo oggi un uomo libero cittadino del mondo; traguardo difficile ma necessario in un mondo che tende a diventare un villaggio globale.
L’uomo cittadino del mondo deve essere libero di muoversi per il mondo; dobbiamo arrivare a un uomo che viaggia non per disperazione, non perché stimolato da voglie di consumo, ma per bisogno di conoscenza. Ma solo se si mettono al centro delle questioni mondiali il pane e il lavoro si può avere un qualche risultato.
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La difficile realtà della fratellanza oggiOccorre parlare nel concreto dei problemi difficili connessi con l’emigrazione per evitare un generico e facile possibilismo.
I viaggi per mancanza di pane e di lavoro generano flussi migratori che vanno in qualche modo contenuti per non aggiungere disperazione ad altra disperazione.Vanno stipulati accordi con i paesi da dove provengono realmente i flussi migratori per contenerli con investimenti economici; vanno evitati gli accordi con i paesi di passaggio che si limitano a operazioni di polizia; vanno messi sotto accusa i regimi che provocano fughe di massa di rifugiati.
L’accoglienza per gli emigrati va vista all’interno di un progetto lavoro che non si può basare sul lavoro irregolare, precario e in nero. Le forme di reclutamento della mano d’opera straniera non possono essere lasciate alla iniziativa di padroni e padroncini privati, sono necessari aspetti di collocamento con vigilanza pubblica.
La cittadinanza italiana deve essere attribuita con regole e tempi certi e deve comportare la tutela della famiglia e dei minori.
I cittadini italiani di etnia ROM vanno considerati cittadini italiani a tutti gli effetti e non cittadini di serie B. La UE deve trovare un accordo con la Romania anche per una soluzione territoriale autonoma per i ROM.
L’Italia e la UE debbono considerare l’Africa come continente in sviluppo investendo soprattutto in formazione culturale, tecnica e scientifica per le nuove generazioni. Con lo sviluppo dell’Africa non solo si arginano i flussi emigratori ma si buttano le premesse per un nuovo moderno sviluppo europeo.Queste sono solo delle tracce per costruire qualche forma reale di fratellanza e per non rimanere nel vago.
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La fratellanza nei diritti dell’uomoIl capitalismo delle nazioni ci portò alla prima e alla seconda guerra mondiale; oggi pare che il capitalismo sia meno coinvolto dagli interessi nazionali per la sua nuova capacità di raccogliere potentati internazionali interessati ad un arricchimento sterminato; ciò fino ad ora non ha determinato una guerra mondiale ma ha determinato un pullulare di piccole guerre e nuove diffuse forme di schiavitù. La fratellanza degli uomini liberi non può fare riferimento agli interessi del capitalismo internazionale ed è proprio in contrasto con questi interessi che può cominciare a produrre qualche risultato, per questo è necessaria la nascita di un grande movimento sindacale internazionale dei lavoratori capace di dialogare con le forze politiche.
E’ necessario che la politica non sia soffocata dall’interesse economico. La sinistra deve essere una componente politica completamente autonoma dagli interessi economici. La sinistra italiana deve essere aperta e in grado di promuovere il movimento socialista mondiale, partendo dai diritti del singolo uomo, mettendo al centro le questioni riguardanti il pane e il lavoro.
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Laicità.
Laico origina dal greco λαikòς - del popolo, estensione del termine λαός, laós - popolo e contraddistingueva l'appartenente alla moltitudine degli uomini in contrapposizione agli appartenenti a una comunità chiusa.
La parola laicità si coniuga con la parola libertà e implica che le leggi valgono per tutti gli uomini e che il diritto di libertà del singolo uomo venga posto in cima alla scala gerarchica dei diritti.
Laicità oggi va intesa come bene per tutti, come metodo di lavoro per affrontare la cosa pubblica, come garanzia degli oppositori, come garanzia di tutte le fedi religiose, come garanzia per le libertà individuali e come garanzia per la libertà di associazione.
La laicità rivolta alle istituzioni dello Stato deve dare garanzie di rappresentatività alle maggioranze e alle minoranze, deve essere rivolta alla costruzione di un modello istituzionale che permetta l’alternanza nei poteri.
La tentazione dei gruppi dominanti più forti è quella di operare sulle leggi di tutti per adeguarle a proprio favore e alla propria visione dell’esistenza; la laicità combatte questa tentazione per costruire condizioni di equilibrio sociale.
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Delle tre entità sociali
Una laicità moderna deve essere consapevole dell’esistenza di tre entità che compongono il sociale e l’uomo stesso: l’entità economica, l’entità politica, l’entità culturale. Queste entità vanno viste nella loro preziosa separatezza. Quando queste tre entità tendono a mescolarsi tra loro o quando una di esser tende a prevalere sulle altre, si genera confusione e malessere sociale. Sono come tre colori che vanno tenuti separati per potere fare in modo che possano esprimere tutta la loro intensa cromaticità, se vengono mischiati si ottiene solo un uniforme grigiore. Nella Storia abbiamo diversi esempi di prevalenza di una delle tre entità che hanno prodotto società grigie e pervase dal malessere sociale.
La prevalenza dell’entità culturale può portare a società autoritarie e totalitarie. Il culturale tende ad incidere sui comportamenti morali, si pone come guida nel pensare, ed è un fattore educativo per gli uomini e per la società; ma se il culturale detiene tutte le leve del potere sociale può diventare oppressivo per i comportamenti umani. Gli esempi storici in Europa di stati dominati dal pensiero religioso ci hanno fatto conoscere fenomeni gravissimi di persecuzione come l’inquisizione. Ancora oggi esistono in diverse parti del mondo stati dominati dall’integralismo religioso che non riconoscono basilari diritti umani.
La prevalenza dell’entità economica porta a società apparentemente libere ma nei fatti autoritarie e corrotte. Il prevalere dell’entità economica tende a corrompere tutto: cultura, politica, e tutte le istituzioni dello stato, pur mostrando una apparente laicità. La storia pullula di esempi di questa prevalenza: nel passato i centri del potere economico coincidevano con i grandi proprietari di terre, nella storia moderna la proprietà industriale e finanziaria si è sostituita in quel ruolo di comando. I potentati economici più forti tendono a mantenere i loro privilegi e le loro rendite di posizione, si mostrano liberali in apparenza ma impediscono che si vengano a costruire istituti sociali che permettano l’alternanza dei poteri, possono arrivare a difendere i loro interessi ricorrendo anche alle armi e al delitto. Nelle società a entità economica prevalente, il colpo di stato spesso viene usato come ultima ratio per la difesa dei privilegi (abbiamo avuto esempi tragici nella seconda metà del novecento nel Sud America, come il Cile e l’Argentina).
La prevalenza dell’entità politica porta a società apparentemente ordinate ma totalitarie e capaci di soffocare le libertà individuali. L’esempio storico moderno più pregnante l’abbiamo avuto con gli stati comunisti nel mondo e con il fascismo in Italia. La politica rinuncia al suo ruolo di mediatrice degli interessi sociali, costruisce gerarchie statali di controllo e un sistema di privilegi per se stessa. L’entità politica può esercitare il suo controllo sull’economico e sul culturale, mostra però di temere soprattutto un culturale autonomo perché può avanzare critiche al suo sistema e per evitare ciò diventa persecutrice della libertà di pensiero.
Avere consapevolezza storica dei danni della prevalenza di una entità sociale e riuscire a prefigurarli può servire per costruire un ordinamento statale laico dove ci sia equilibrio tra l’economico, il politico e il culturale.
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Dell’autonomia del culturale e del politico
L’autonomia deriva anche da un quantitativo di beni a disposizione. Se si fa riferimento ai beni le tre entità (economico, politico e culturale) diventano disomogenee nelle forze poiché i beni sono solo prodotti o detenuti dalla entità economica. L’entità economica può essere quella dei grandi capitalisti come può essere quella di tutti i cittadini che privatamente possiedono limitati beni. Lasciare che l’economico finanzi come vuole la politica e la cultura, può sembrare laico e liberale, ma nei fatti significa determinare il controllo dei potentati economici su cultura e politica. Se in qualche modo non vengono posti degli istituti di equilibrio l’entità economica tenderà sempre ad avere il peso maggiore.
Lo stato con l’imposizione fiscale riesce a destinare alle sue istituzioni un ammontare di entrate che possono affluire in modi diversi alla entità politica o alla entità culturale. Fare affluire beni all’entità politica attraverso alti stipendi e privilegi economici crea una forma di privatizzazione della politica che determina ancora una volta un maggior peso dell’entità economica. Le stesse elargizioni fatte in sede politica ai soggetti culturali con criteri discriminatori determinano nei fatti limitazioni di autonomia della cultura. Misure come: la destinazione dell’otto e 5 per mille e il finanziamento pubblico ai partiti attraverso le stesse espressioni di voto, facendo ricorso a meccanismi dove si esplicita una volontà popolare, hanno un carattere più generalizzato e meno discriminatorio; vanno ripensate e corrette per gli aspetti più contraddittori, ma sono da prendere in considerazione per il metodo.
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Della centralità del ParlamentoIl Parlamento nazionale deve essere nei fatti l’unica sede legislativa per l’approvazione di leggi con valore su tutto il territorio nazionale. Le leggi per essere approvate vanno discusse tutte nel merito dal Parlamento e non debbono essere approvate con voto di fiducia; il continuo ricorso al voto di fiducia tiene in ostaggio la stessa maggioranza dei parlamentari riducendoli a sudditi di una ristretta oligarchia. Le leggi che implicano più materie debbono essere esaminate e approvate distintamente; fermo restando il vincolo che una legge che implica una uscita finanziaria deve avere la precisa corrispondenza in una entrata finanziaria certa.
La fiducia del Parlamento al Governo va intesa come complessiva fiducia del fare e non deve essere chiesta in relazione all’approvazione di specifiche leggi; il determinarsi di maggioranze diverse in Parlamento in relazione all’approvazione di leggi non implica la caduta del Governo. Il Governo deve accontentarsi del suo ruolo propositivo, esecutivo e di coordinamento e rispettare il ruolo del parlamento in materia legislativa. La fiducia al Governo va posta solo al momento dell’insediamento al Governo, non va più richiesta in relazione all’approvazione di specifiche leggi e può essere tolta con espressa sfiducia complessiva che preveda l’espressa richiesta di insediamento di un nuovo governo con una nuova maggioranza.
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Della rappresentativitàUna democrazia improntata alla laicità deve garantire la rappresentatività delle maggioranze e delle minoranze, la governabilità, e l’alternanza tramite nuove convocazioni elettorali. La legge elettorale è una legge chiave di garanzia della democrazia parlamentare, non può essere determinata solo da coloro che hanno vinto precedenti elezioni.
Il Parlamento deve raccogliere attraverso la rappresentatività tutto il dibattito politico presente nel paese. La legge elettorale deve permettere l’elezione su base territoriale di candidati rappresentativi del territorio e deve anche permettere l’elezione su base nazionale di candidati rappresentavi di correnti di pensiero. Un gruppo politico che sul territorio nazionale raccoglie 500 mila voti deve necessariamente avere una rappresentanza in Parlamento; il limite percentuale per la rappresentatività nel parlamento del 4% è un gravissimo danno alla democrazia rappresentativa, determina un peso superiore per i localismi, isola i gruppi politici diffusi sul territorio nazionale dal dibattito politico parlamentare e determina la crescita di una politica extraparlamentare.
La rappresentatività politica si coniuga attraverso simboli e persone, il cittadino nel votare deve sempre poter esprimere la preferenza anche per la persona. Il criterio della non eleggibilità dopo il secondo mandato è un buon criterio che può assicurare un minimo di rotazione per le cariche parlamentari e di governo. Gli ex parlamentari non più eleggibili potranno contribuire nel dibattito politico attraverso partiti e centri di studio politico, ne avrebbe un beneficio la politica in generale che non può ridursi solo all’occupazione di un seggio in Parlamento.
L’istituto della doppia Camera in Italia è stato ereditato dal regime monarchico per giustificare i privilegi di casta della camera alta; oggi è una inutile duplicazione dell’organismo legislativo. Può bastare una sola camera con non più di 500 deputati, tutti eletti; le cariche a vita di ex presidenti e personaggi illustri vanno eliminate (i personaggi illustri possono sempre avere un peso nel dibattito se riescono ad influenzare con la loro saggezza il dibattito politico in sede culturale o possono sempre fare ricorso a una elezione).
L’introduzione in Italia di una doppia camera come il senato delle regioni potrebbe comportare:- il solito ritardo nell’approvazione definitiva delle leggi; - conflitti di competenza tra le due camere (l’idea di affidare a questo nuovo senato le leggi in materia economica è assurda; le leggi economiche hanno grandi riflessi sul sociale, e le leggi sociali e di costume hanno grandi riflessi in economia); - un deterioramento del tessuto nazionale unitario (la sedia in senato sarebbe vissuta come una particolare rappresentazione di localismi).
Tutta la grande parte dei deputati di una sola camera, eletti con criteri territoriali, basta ed avanza per rappresentare le istanze locali.
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Della divisione dei poteri e della governabilitàUn premio di maggioranza in seggi a un partito o coalizione vincente va a detrimento del criterio della rappresentatività; può essere utile per assicurare un minimo di uniformità di indirizzo e di stabilità di governo, ma non deve essere così elevato al punto di stravolgere il criterio della rappresentatività (le recentissime vicissitudine politiche italiane dimostrano che i premi di maggioranza non assicurano di per sé la solidità delle maggioranze; la solidità dipende sempre dalla unità degli intenti).
Una elezione a parte del presidente dell’esecutivo non è la soluzione miracolistica per determinare l’unità degli intenti. La questione di rilievo è sempre la salvaguardia della funzione legislativa del Parlamento; anche in Francia e in USA, dove vige una repubblica presidenziale, quando in Parlamento esiste una maggioranza diversa il presidente accetta nei fatti il suo ridimensionamento. La repubblica presidenziale non può intendersi come libertà di fare per chi è stato eletto presidente. Per la storia del nostro paese, dove passate esperienze, dal fascismo ad oggi, hanno mostrato una propensione dell’esecutivo ad espandersi, è preferibile un limitato premio di maggioranza in Parlamento.Della necessaria autonomia del potere giudiziario si è accennato in qualche modo alla parola Giustizia.
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Dell’autonomia amministrativa e del federalismoIl federalismo si intende quando stati autonomi sono tenuti insieme da un patto federale. In una realtà come quella italiana, unità dalla lingua, dalla cultura, da una religione diffusa su tutto il territorio, da interessi economici dipendenti e con una storia di unità legislativa di 150 anni, parlare di federalismo è quantomeno improprio; si tratta nei fatti di una necessaria ampia autonomia amministrativa che può spaziare dalla fiscalità all’amministrazione del territorio.Riconoscendo il Parlamento nazionale come unico organo legislativo l’autonomia degli enti territoriali è una autonomia delegata anche se ha un rilievo di carattere costituzionale.
Le unità amministrative autonome vanno intese in forma moderna e avendo come riferimento l’evolversi delle necessità del territorio, oggi si possono individuare in Italia: Regioni, Comuni, Aree Metropolitane. Le regioni come riferimento ad un ampio territorio con una sua tradizione culturale; i Comuni come riferimento ad un limitato aspetto territoriale e ad una tradizione storica culturale; le Aree Metropolitane come riferimento ad una realtà territoriale strutturale di fatto ed in evoluzione che va affrontata con logiche di moderna amministrazione.
Le province, fatte salve quelle province autonome che possono assurgere a ruolo di vere e proprie regioni (es. Bolzano e Trento), sono organismi obsoleti, i poteri delle province vanno delegate alle regioni che possono a loro volta individuare un loro decentramento territoriale che può coincidere o non coincidere con le stesse vecchie province. Dalla scomparsa di province e prefetture si avrebbe un beneficio in termini di snellimento della macchina amministrativa statale; anche molti piccoli comuni vanno accorpati per vicinanza in uniche unità amministrative comunali.
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Della scuolaLa scuola accomuna in sé problemi relativi alla Laicità, alla Libertà e alla Uguaglianza. E’ una specie di punto di incontro di tre necessità.Se sotto il profilo della libertà si deve garantire la possibilità di fondare scuole private; si deve avere la consapevolezza che laicità, uguaglianza e libertà sono compiutamente affrontate da una scuola pubblica. Le scuole private per la loro stessa natura di parte tendono ad essere poco laiche proprio perché intendono portare avanti un progetto orientato su alcune specifiche scelte culturali e i singoli insegnanti delle scuole private debbono accettare il progetto orientativo. Anche gli stessi eccessi di integralismo delle scuole private sono limitate dall’esistenza nei fatti di una grande scuola pubblica.
Nella scuola pubblica italiana fino ad oggi la laicità è stata assicurata dando uno spazio alla religione ben distinto dal corpo delle materie insegnate e facendo sì che non pesassero in modo preponderante particolari correnti culturali; la libertà di insegnamento è stata posta nello stesso dettato costituzionale; l’uguaglianza è stata affrontata assicurando una quasi gratuità fino alle scuole medie superiori.
La Sinistra deve difendere la scuola pubblica e potenziarla.
L’accesso alla docenza nella scuola pubblica non può essere definito da metodi cooptativi (metodo che può essere usato nelle scuole private); per il carattere pubblico della scuola va assicurata la forma concorsuale (o per esami o tramite graduatorie di merito) sulla base dei titoli di studio, di ricerca, e sul riconoscimento di acquisite esperienze professionali.
L’autonomia culturale riconosciuta alla scuola pubblica (compresa l’Università) non deve essere la scusa per avviare un processo di privatizzazione; il centro di autonomia della scuola pubblica non può essere altro che il collegio docenti o il senato accademico.
La scuola pubblica a livello nazionale e regionale non può essere affidata solo all’autorità politica ministeriale e regionale; essendo la scuola un organismo che fa riferimento alla cultura l’aspetto della sua autonomia deve esprimersi anche a livello nazionale e regionale. Sono necessari un consiglio nazionale e uno regionale per la scuola pubblica in grado di esprimere pareri su programmi, indirizzi di studio, scelte didattiche e organizzative; tali organi debbono essere elettivi e rappresentativi dei docenti della scuole e delle università.
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Per una informazione libera e laicaLa libertà della divulgazione del pensiero è un diritto che prescinde dalla stessa laicità, il portatore di un pensiero non laico ha il diritto a poterlo divulgare allo stesso modo del portatore di un pensiero laico. La laicità deve essere di riferimento per gli spazi dell’informazione e di divulgazione del pensiero. La laicità deve fare in modo che partiti, potentati politici ed economici ed anche potentati culturali non vengano a detenere spazi tali da determinare posizioni di dominio e atti ad escludere soggetti individuali e associazioni minoritarie.
Chiunque deve esser libero di poter fondare un giornale o uno strumento informativo o di divulgazione del pensiero. Uno stato laico deve favorire la crescita degli strumenti di comunicazione eliminando ostacoli burocratici e impedendo fenomeni di concentrazione.
Oggi per una informazione libera e laica va garantito a tutti il libero accesso a internet, vanno ampliate le possibilità di creare nuovi canali televisivi a nuovi soggetti; e la televisione pubblica, lungi dall’essere privatizzata o ridimensionata, deve permettere nei suoi spazi l’accesso a una molteplicità di soggetti politici e culturali.
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Pace.
Le prime sette parole e l’ottavaIn questo percorso delle parole le ultime due parole pace e felicità sono parole derivate; solo dopo una qualche compiutezza delle parole pane, lavoro, libertà, uguaglianza, giustizia, fratellanza, laicità, si può arrivare a parlare di pace e di felicità; altrimenti si naviga ancora nel mare della sofferenza e anche se la sofferenza può riguardare un limitato numero di persone è tale da generare un malessere che si spande per il sociale di un paese e per il mondo.
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Pace sociale all’interno dello stato e l’ordineCapire se siamo in una società dove vige la pace sociale è molto semplice: una società dove vige una pace sociale avrà sempre meno bisogno di giudici, di poliziotti e di carceri; pare che nel nostro paese ci sia molto bisogno di questi strumenti e se ne chiede il potenziamento. L’ordine è il presupposto di uno stato per esistere, ma se le leggi di uno stato per essere applicate ed accettate hanno bisogno di un grande dispiegamento di forze coercitive siamo di fronte alla mancanza di pace sociale.
In una società dove il mito è la ricchezza e buona parte dei cittadini non arriva neanche a livelli minimi di soddisfazione dei bisogni primari non c’è pace sociale, c’è una condizione di rassegnazione o fughe individuali verso l’esasperazione; le manifestazioni è gli scioperi vanno verso una forma collettiva di rappresentazione del dissenso, evitano l’esasperazione individuale e cercano di formulare richieste collettive di cambiamento.
Le manifestazioni e gli scioperi sono il simbolo di una società civile che riesce ad esprimere il suo dissenso in forma libera ed esplicita; la classe politica ha il dovere di relazionarsi con chi sciopera e con chi manifesta per adempiere al suo ruolo principe di mediazione nei conflitti sociali e per elaborare leggi che in qualche modo accolgano nuove istanze dei cittadini che protestano. Se la classe politica rinuncia a questo ruolo di mediazione si vengono a determinare fratture determinanti.
Agli inizi del novecento si è determinato in Europa e in Russia un livello di scontro tale da innescare dei processi rivoluzionari; la rivoluzione russa degli inizi del secolo ha condizionato tutta la storia del novecento. La componente politica dei comunisti bolscevichi rinunciò ad ogni ruolo di mediazione, decise di guidare tutto il dissenso e di cambiare il destino della storia per costruire un nuovo modello sociale. L’iniziale modello sociale di riferimento fu quello dei soviet, un movimento dei consigli che ebbe una sua spontanea crescita partecipativa per i primi anni e che poi si trasformò in una struttura statalista. La successiva parabola stalinista con la repressione di ogni dissenso mostra come un processo rivoluzionario non è di per se risolutivo di tutti i torti sociali e può generare nuovi torti.
Un processo rivoluzionario è spesso drammatico, genera morti e distruzione innescando successive vendette e sofferenze. La tanto osannata rivoluzione borghese in Francia è stata la più sanguinaria delle rivoluzioni e viene giustificata solo perché portò al potere la borghesia; gli altri processi rivoluzionari vengono in qualche modo demonizzati perché hanno avuto come scopo quello di uscire dal sistema sociale borghese.Il sistema sociale borghese capitalistico di oggi in Italia è in qualche modo condizionato da alcuni istituti sociali promossi anche dal movimento operaio e socialista; questi istituti vanno dai diritti sindacali e associativi al sistema previdenziale, dal sistema sanitario pubblico alla scuola pubblica. La società italiana si può definire come una società a capitalismo frenato dai diritti e dall’imposizione fiscale; possiamo proseguire sulla strada delle riforme o accettare la logica del tanto peggio tanto meglio di una società a capitalismo sfrenato per poi sperare in un ipotetico momento rivoluzionario.
L’acquisizione della consapevolezza dei diritti dell’uomo è un processo che coinvolge tutti gli uomini del mondo, è una evoluzione dell’uomo stesso che non può essere determinata con atti forzati, può essere solo promossa e indirizzata; la strada pacifica dell’acquisizione di questa consapevolezza è sicuramente da preferire.
La strada di un lungo processo di riforme per migliorare la società non è il riformismo, non si tratta di preferire le riforme qualsiasi esse siano, si tratta scegliere e portare avanti riforme che migliorano la vita dell’uomo.
I tempi lunghi di questo processo spesso contrastano con necessità immediate e drammatiche, per questo i problemi del pane e del lavoro vanno visti sempre in capo alla gerarchia dei problemi e la sinistra deve adoperarsi per arrivare a soluzioni immediate di tali problemi.
Occorre avere la consapevolezza che la democrazia rappresentativa, la libertà di espressione del pensiero e di associazione, sono istituti su cui è necessaria una costante vigilanza, chi ha grandi privilegi può decidere con un tratto di penna di spazzare via ogni libertà per chi lotta contro questi privilegi. La pace sociale è una condizione da ricercare ed anche da difendere.
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Pace tra gli stati sovrani e ordine internazionaleLa pace che si è determinata dopo la seconda guerra mondiale è stato un lungo periodo di equilibrio tra due stati super armati sul piano nucleare, una continua guerra spionistica, una continua sorveglianza sulla propria sfera di influenza di USA e URSS. Siamo stati più di una volta ad un passo dalla terza guerra mondiale. Le società democratiche occidentali sono state di fatto con poteri bloccati, ogni possibile cambiamento veniva in qualche modo vanificato da operazioni di influenza spionistica e da colpi di stato. Il Vietnam, la strategia della tensione in Italia dopo il ’68, il colpo di stato in Cile, sono solo alcuni esempi della sfera d’influenza americana; sull’altro fronte si possono ricordare alcuni esempi come l’invasione della Cecoslovacchia e l’avventura sovietica in Afghanistan. I sessanta anni che ci separano dalla seconda guerra mondiale sono stati sessanta anni di pace guerreggiata nelle periferie del mondo.
La fine dell’impero sovietico non ha determinato una migliore condizione per la pace nel mondo; il ruolo degli USA si è accresciuto, il ruolo della Russia in termini di armamenti non è diminuito; è aumentata la proliferazione degli armamenti nucleari con nuovi stati che si sono dotati di tali armamenti; il conflitto storico tra Palestina e Israele è ancora nel pieno dello scontro e si è aggiunto uno scontro con il mondo mussulmano che va oltre il confine degli stati; l’ONU come organismo internazionale non si è evoluto ed è rimasto debole. Viviamo una pace precaria con rumori di guerra in lontananza, una guerra nucleare non è stata scongiurata ed è in grado di portare una catastrofe sulla terra e nell’animo degli uomini.
Operarsi per la pace per la sinistra è un compito primario e va visto nel senso della fratellanza universale, nel contempo trattasi di un compito difficile che non può essere affrontato con slogan che esasperano lo scontro tra i popoli: la politica USA non si può identificare con tutti gli americani, la mancanza di rispetto dei diritti dell’uomo in Cina non può identificarsi con tutti i cinesi, il terrorismo integralista non può essere identificato con tutti gli arabi, la politica dello stato di Israele non può essere identificata con tutti gli ebrei,....
E solo attraverso un grande movimento internazionale per la pace che si può costruire la pace, un movimento internazionale capace di superare i confini degli stati. Le componenti politiche più sensibili alla pace e le componenti culturali debbono partecipare alla costruzione di questo grande movimento. Le donne, se finalmente si saranno stancate di imitare gli uomini, con la loro partecipazione potranno contribuire a questo movimento per la pace in modo determinante. Si stratta di una grande battaglia culturale per il riconoscimento dell’uomo a cominciare dal problema del pane che diventa centrale per questo movimento, perché non ci può essere pace all’ombra della miseria più crudele.
L’ONU, come assise internazionale degli stati, non va messo in crisi e ne va potenziato il suo prestigio, il suo ruolo di mediazione nelle controversie deve diventare centrale. La non proliferazione delle armi nucleari deve andare di pari passo con la eliminazione delle armi nucleari e con il disarmo globale, la guerra deve diventare il tabù dell’uomo moderno; le fabbriche di armi debbono essere convertite in aziende che fabbricano macchinari per l’agricoltura e che operano per il disinquinamento del pianeta. Tutto ciò è possibile, solo l’ingordigia e la stupidità sono di ostacolo. Il mondo oggi, per questo uomo che si è disseminato in ogni angolo della terra, è ormai su una strada di non ritorno, ci sono solo due possibilità davanti: la distruzione o l’utopia di una pace che è diventata necessità.
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Felicità.
La felicità è uno stato individuale di piacere che ci soddisfa nel corpo e nello spirito che può derivare: dalla natura che ci circonda, dal nostro stesso pensiero, dal comportamento di altri individui a noi vicini, e dal complessivo comportamento del sociale umano che ci circonda; se il comportamento sociale non è riuscito a porre un qualche rimedio alla sofferenza originata nella stessa vita sociale anche le condizioni per una felicità individuale diventano molto precarie.
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Del desiderio dei beniL’uomo inappagabile per il desiderio di “cose” è l’ uomo disegnato dal capitalismo ed è funzionale alla macchina produttiva del capitalismo stesso. In epoche lontane chi gestiva il potere proponeva conquiste di nuove terre, religioni e grandi feste collettive. Oggi tutto pare ruotare attorno agli ipermercati e ai prodotti da consumare; il prodotto comprato dopo poco tempo genera di nuovo vuoto e noia e si pensa di superarla con il desiderio di un nuovo prodotto; tutto il tempo dell’uomo viene consumato dalle cose, prima per produrle e poi per utilizzarle e consumarle.
Desiderare di possedere una grande villa e un grande yacht per attraccare in ogni porto è un desiderio che sul piano individuale pare possibile, ma che diventa assurdo se si fa riferimento a tutti gli uomini della terra; basta immaginare che possa venire realizzato e la terra si trasforma in un inferno: miliardi di grandi yacht ad affollare i mari e a causa di tutte le ville sparse neanche un pezzo di terra per la produzione agricola. Allora la misura del desiderio di alcune cose, le cosiddette cose “esagerate”, non è l’avere le cose ma il fatto che gli altri non l’abbiano. Se si fa ricorso alla consapevolezza quel desiderio diventa solo una stupida prepotenza, diventa meno sciocco desiderare una piccola barca, una casa modesta, qualche amico in più, vivere senza lecchini pronti ad adularti e senza bisogno di guardie di scorta.
La battaglia contro l’ingordigia e la stupidità è una grande battaglia culturale che non realizza la felicità ma almeno crea un terreno fertile per la felicità.
Quello che rende l’uomo inappagabile non è il desiderio delle cose ma: l’ansia di essere riconosciuto, la noia dell’esistenza quotidiana, il desiderio di dimenticare la morte e di superarla, la rinuncia a pensare.
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Del riconoscimento del lavoroL’uomo oltre ad avere un bisogno di pane, di lavoro, di libertà, ha bisogno di riconoscimento del suo valore individuale. Il riconoscimento può arrivare dai rapporti privati, famiglia, amici, incontri, e può arrivare anche dal corpo sociale, il riconoscimento del corpo sociale certo non compensa il riconoscimento nei rapporti privati familiari e di amicizia ma aiuta nella ricerca della felicità.
L’apprezzamento del lavoro svolto è importante per il riconoscimento del valore dell’uomo, ed avviene con la remunerazione economica e con il prestigio sociale. Una società che riserva a chi fa lavori umili paghe miserabili e disprezzo sociale è una società che crea un inferno permanente nelle coscienze.
L’uguaglianza remunerativa non è stata portata avanti neanche dal comunismo, è stata ipotizzata solo da alcuni utopisti. L’uguaglianza remunerativa viene considerata pericolosa perché, dicono diversi economisti, potrebbe privare dei necessari stimoli alla competizione umana con conseguenze negative per gli studi e la ricerca. Se lo studio e la ricerca sono un piacere della conoscenza ciò non dovrebbe accadere; ma, considerato questo stadio di evoluzione dell’uomo, può essere utile mantenere le differenze remunerative. Va, altresì, considerato che l’eccessiva distanza remunerativa procura anch’essa dei guai, poiché la maggiore remunerazione viene riservata a pochi e si vengono a determinare processi di esclusione che possono portare lo stesso alla rinuncia dello studio e della ricerca. Una distanza remunerativa non eccessiva, che prenda in considerazione il necessario riconoscimento per i lavori umili e quello premiale per lo studio e la ricerca, può essere la via maestra per limitare i danni del mancato riconoscimento nel lavoro.
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Della liberazione del tempoIl tempo dell’uomo non può identificarsi solo con il lavoro, anche il lavoro che gode del più ampio riconoscimento può diventare una trappola alienante, è necessario per tutti gli uomini un tempo liberato dal lavoro che possa essere dedicato a libere scelte; questa libertà di tempo potrà tradursi in pensiero, arte, musica, gioco, famiglia, amicizia.Liberare del tempo dal lavoro può realizzarsi con dispositivi contrattuali in qualche modo condivisi dalle parti sociali; ma vanno anche promosse tutte le scelte di flessibilità volontaria fatte dallo stesso lavoratore per una diminuzione del tempo di lavoro a fronte di una minore retribuzione.
L’accrescimento della produzione non genera di per sé benessere e anzi può generare addirittura malessere; un uomo liberato dalla prigionia delle cose può desiderare meno cose e arrecare meno danni alla terra, potrà scegliere di produrre e consumare solo quello che realmente gli serve.
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Della ricerca della felicità tramite la dimenticanzaMolti uomini cercano la felicità tramite la dimenticanza, a volte scegliendo un mondo immaginario che li allontani il più e possibile dalla realtà, ripetendo un gioco o vizio; gli uomini che cercano la felicità attraverso la consapevolezza e l’accrescimento dello spirito sono ben pochi.
Non va demonizzata o ridicolizzata la ricerca della felicità attraverso la dimenticanza, l’immaginario o il gioco perché fa parte delle necessità umane. Una società che perseguita le prostitute e i clienti, che sbatte dentro il carcere un ragazzo che si droga, che impedisce di fumare una sigaretta anche all’aria aperta; sta solo costruendo una società del malessere come lo fu quella americana del periodo del proibizionismo.
Lo stato non può porsi come estremo moralizzatore nei comportamenti: deve però impedire quei comportamenti che nella ricerca del proprio piacere vengono a determinare sofferenza per altri individui; si impongono come necessarie leggi contro la riduzione in schiavitù, contro lo sfruttamento della prostituzione, per la tutela dei minori. In quanto alle droghe bisogna avere il coraggio di entrare nel merito delle droghe stesse e dei loro effetti, dare una informazione corretta, lasciare libero il consumo e la produzione di quelle droghe che non comportano danni, combattere strenuamente lo spaccio e il consumo delle droghe che comportano danni. E’ assurda una società che, solo per il fatto di essere grande produttrice di vino ed alcool li magnifica e li pubblicizza, pur conoscendo i gravi danni irreversibili dell’alcolismo, e, arriva a demonizzare una pagliuzza.
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Della ricerca della felicità tramite la consapevolezzaLa religione, che è stata per l’uso fatto dal potere l’oppio dei popoli, se le la si considera come risposta alle angosce profonde dell’uomo ha un diverso valore; gli spazi di riflessione sulla morte attraverso la religione o attraverso la ricerca culturale sono essenziali per l’uomo stesso. Le leggi debbono tutelare tutte le fedi religiose e la stessa ricerca di agnostici e atei.
Lo sport va promosso socialmente come strumento per trasformare la contesa in un gioco, per educare al rispetto dell’avversario e al rispetto delle regole che nello sport sono parte integrante del gioco.
Va promossa la grazia architettonica che crea bellezza e rende meno grigia la vita quotidiana nelle città.
Vanno promosse tutte le arti e la musica poiché per il loro procedere verso la bellezza e l’armonia aiutano l’uomo nella ricerca della felicità.
La gratuità o il prezzo molto contenuto per fruire di importanti eventi culturali avvicina individui che altrimenti sarebbero esclusi potenziando la funzione educativa dello stesso evento culturaleL’investimento in arte e cultura non si può considerare un investimento a perdere, si tratta di un investimento con un ritorno in tempi lunghi in termini di evoluzione dell’uomo e può essere un investimento con un ritorno immediato per la sua capacità di aggiungere elementi di felicità.
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A conclusione delle parole.
Il percorso verso la felicità parte dal pane accettando la consistenza materica del nostro corpo, prosegue nel lavoro che ci lega agli altri uomini, rivendica la libertà nella parola come espressione del pensiero, valorizza le differenze nella ricerca dell’uguaglianza, colma la nostra ansia di giustizia, allarga la speranza alla fratellanza, prepara nella laicità una casa per tutti per vivere in pace.
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(immagine “la mano sinistra” fotografia © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)

Donna



Donna
                                            a Maria Luisa

Sei qui
terra di collina
dolce nei tuoi archi
leggiera nei pendii

Sento il tuo respiro
quando con gli occhi e con le mani
ti accarezzo in silenzio

Senza te
non potrei sentire
l’avanzare delle forze e il loro fuggire
ciò che chiamo amore
questo spazio
e questo tempo
.
.
dalla raccolta Canto alla terra

Mutazioni


E guai se non mutassi
come il vento
prima scirocco
poi bora di tempesta
per poi arrivare
a leggiera brezza
e carezzare
l’erba dei pensieri
.
.
.
dalla raccolta Altra età

L’uomo nuovo


L’uomo nuovo
può essere solo il più vecchio degli uomini
quello che ha sbagliato
che nei suoi errori non si è pietrificato
che non si è inacidito nel gusto
che ha scrutato nella perfidia del suo bene
ed è ritornato alla fonte nel desiderio di limpide acque
I suoi dubbi non sono tarli
ma piccole luci che illuminano il cammino
Nel cadere
non avrà paura di rompersi
non era fatto tutto d’un pezzo
infinite esistenze percorrono le sue cellule
Attende la morte
e gli vive dentro il desiderio di un sorriso


1987 dalla raccolta Altra età

Mare



IL MARE

Il respiro delle acque
si rompeva continuamente
tagliando la pietra nel tempo
arrotondando ogni spigolo
sciogliendo nell'abisso ogni contraddizione

Si riposava al sole nelle sue tinte verdi
ora azzurre
ora rubate al cielo
ora ai segreti fondali

Un suggerito turbamento del vento
ne scopriva il suo intenso malore
e turbinava col cielo nelle notti senza stelle
disperdendosi in flutti

Alla fine di ogni tempesta
una nuova quiete
.
.
dalla raccolta "canto alla terra" Canto alla terra - Ascoltando

STORIA DI UN NIÑO

Qui di seguito il testo integrale del dramma in due atti

STORIA DI UN NIÑO


di Francesco Zaffuto © Copyright ottobre 2008 (opera edita a cura dello stesso autore nel numero limitato di 199 copie - con deposito Biblioteca Nazionale di Firenze 8591/08/ACC 07/11/08)
La copia in versione cartacea può essere richiesta scrivendo a zafra48@gmail.com (prezzo recupero stampa e spedizione € 7,00 + € 3,00 spese spedizione - tramite bollettino c/c postale)
La presente versione può essere liberamente fruita e fatta circolare per uso personale e non a scopo di lucro - Per eventuale rappresentazione dell'opera scrivere all'autore alla mail di zafra48@gmail.com

notaCi sono ancora i desaparecidos. Ci sono ancora i figli di quelle vittime prima torturate e poi uccise, che sono rimasti ignari di un terribile passato. Ci sono ancora madri di Plaza de Mayo, diventate nonne, che sperano di ritrovare il figlio del figlio. Oggi, 2010, i figli di genitori desaparecidos potrebbero avere dai 28 ai 34 anni. Ci saranno alcuni che non conosceranno mai di essere figli di quei genitori scomparsi; quelli che lo hanno saputo portano dentro il segno di una tragedia iniziata con la loro nascita.
Ho costruito la vicenda di questo dramma sulla base di un "possibile storico" che io conosco solo per le notizie riportate dall'informazione storica, ma che potrebbe essere anche accaduto; è un contributo al ricordo di una pagina di Storia che non va dimenticata, l'Argentina negli anni della dittatura militare tra il 1976 e il 1983. Se vogliamo costruire un mondo migliore non possiamo dimenticare quella pagina di un così vicino passato.


STORIA DI UN NIÑO

Dramma in due atti

Personaggi


Achille – l’amico del niño (un giovane di circa trenta anni)

Padre Gutierrez - (un uomo sopra i sessanta anni)

Alonso C. – il capitano (un uomo sopra i sessanta anni)

Cristina – la fidanzata del niño (una giovane donna con i capelli neri e corti)

Giorgio – el niño (un giovane di circa trenta anni)

Un Generale - (un uomo sopra i sessanta anni)

ATTO I

Quadro di scena: una stanza di passaggio dove sostano commensali che festeggiano nel salone fuori scena. Nella stanza sono disposti un tavolo e delle sedie, da un lato della stanza una porta socchiusa da dove si possono udire i rumori della festa, in un lato della sala un orologio a pendolo.

Voce fuori campo

Madre di Dio
questa volta non sai
a quale croce è inchiodato tuo figlio
Il tuo dolore scardini la terra

Scena 1°


Achille sta seduto vicino al tavolo e accende una sigaretta. Entra padre Gutierrez e si avvicina verso di lui.

Padre Gutierrez: Sei venuto qui, appartato per saziare il tuo vizio?

Achille: Sì, voglio gustare questa sigaretta profondamente, sentendomi scivolare dentro il fumo, assorbirlo lentamente e poi tirarlo fuori nell’aria, confuso di una parte di me.
Ecco… vedete come si spande. Prima era solo fumo ora è intriso di una parte di me e se voi accidentalmente ne respirate un po’ non potete fare a meno di avvelenarvi.
Voi crederete di essere avvelenato per il fumo e invece no. E’ quella parte di me che vi avvelena.

Padre Gutierrez: Pensi di essere così cattivo?

Achille: (sorride appena con aria disgustata). Sì. Almeno aspiro ad esserlo. Voglio provarci con tutte le mie forze.

Padre Gutierrez: Non lo sei mai stato. Ti conosco da tanti anni, ti sei buttato sempre dalla parte del giusto, ti sei smanicato per aiutare gli altri. Ricordo bene il tuo impegno in parrocchia; anche se da diversi mesi non ti fai più vedere.

Achille: Sono cambiato. Ho deciso di essere cattivo e voi sarete il mio tramite.

Padre Gutierrez: (con tono vagamente canzonatorio) Oh bella! Ed è per questo che hai detto che volevi parlarmi, per un progetto di tale sorta? Bene, sono pronto ad ascoltarti.

Achille: Bene, arriverò al punto velocemente. Padre Giutierrez (indicandolo) voi siete un curatore di anime, le preparate per l’aldilà. Nell’aldilà queste anime debbono arrivare monde di ogni peccato, pulite, leggere. Per questo vostro compito io vi ho scelto come tramite. E’ il vostro mestiere.

Padre Gutierrez: Non capisco cosa vuoi dire e dove vuoi arrivare.

Achille: Nonostante io sia cattivo vi darò l’opportunità di mondare un’anima.

Padre Gutierrez: Questo mi consola.

Achille: Non avrete niente da consolarvi perché il compito sarà ingrato e grave.

Padre Gutierrez: Mi vuoi tenere sulle spine?

Scena 2°


Il dialogo è interrotto bruscamente dall’entrata di Cristina e Giorgio che, pensando che la sala sia vuota, cominciano ad amoreggiare in un angolo.

Padre Gutierrez tossisce per fare capire che non sono soli.
I due si staccano e si avvicinano verso Padre Gutierrez.


Giorgio: Oh, padre Gutierrez, ci siete voi? Anche Achille. Dovevo intuirlo, c’era del fumo. Andiamo via (dice prendendo Cristina per la mano e tirandola verso l’uscita). Andiamo in giardino Cris, lasciamoli nel loro dibattito elevato.

Cristina: Aspetta, aspetta. Achille, non ti avevo visto, sono felice che tu sia qua. Mi avevano detto che stavi male e che non saresti potuto venire.

Achille: Sono guarito.

Cristina: Allora posso abbracciarti. Permettete padre Gutierrez che abbraccio il nostro amico Achille. Non era una malattia infettiva spero? ( lo abbraccia sorridendo)


Achille: Non so se era una malattia infettiva, mia cara Cris. Non sono andato dal dottore, era solo un gran mal di testa che ora sto tentando di trasferire su padre Gutierrez.

Cristina: Allora buona sorte padre Gutierrez. ( sorride di nuovo e prende la mano a Giorgio e questa volta è lei a tirarlo verso l’uscita.)


Achille: Giorgio.

Giorgio: Dimmi.

Achille: Dovrò parlarti.

Giorgio: Vuoi trasferire il tuo mal di testa anche su di me?

Achille: (con un tono grave) Mi occorrerà di parlarti Giorgio. Ma… se io dovessi morire prima e se ti faranno una descrizione errata di me. Sappi che ti sono stato sempre amico.

Giorgio: (come preoccupato più per il tono che per le parole) Ma che dici? Non stai scherzando?

Achille: (come riprendendosi) No, no, vai. Scusami, vai. Avremo tempo…dopo, dopo.

Cristina: Ma se eri guarito?

Achille: (forzatamente riprende un tono scherzoso) Non preoccupatevi, vi dirà tutto padre Gutierrez. Vi dirà tutto lui.

Padre Gutierrez: Andate, vi prego. Achille è in vena di scherzare.

Cristina tira per la mano Giorgio un po’ faticosamente che pare indeciso sull’andar via. Escono. Dal salone si sentono i rumori dei festeggiamenti.



Scena 3°

Achille e padre Gutierrez


Achille: Li avete visti come svolazzano i due colombi. Che tenerezza, che gioia padre Gutierrez, potete essere soddisfatto della loro felicità. Voi che siete un pastore di anime.

Padre Gutierrez: Che vuoi dire? Siete stati tutti come figli per me. Vi ho visti crescere te e Giorgio. Cosa c’è un attacco di invidia perché lui oggi festeggia la sua laurea mentre tu ti sei ritirato dagli studi? Oppure siete innamorati della stessa donna?

Achille:(nervosamente, ma deciso) Non vi azzardate a dire una cosa di questo genere su di me. Questo genere di sentimento che voi chiamate invidia è lontano da me mille miglia. Io ho amato Giorgio e gli sono stato amico. Penso ancora di esserlo anche in questo momento. Cris è la sua donna e io non l’ho mai sfiorata e non lo farei mai… (poi lentamente) Il fatto è che su questi due colombi aleggia una nuvola nera.

Padre Gutierrez: E allora vuoi proprio divertirti a tenermi sulle spine.

Achille: Sono sulle spine, anzi sulla brace ardente, da due mesi. Ora è giusto che ora lo siate anche voi.

Padre Gutierrez: Va bene, ma per…

Achille: (con immediatezza e durezza) Non via azzardate a bestemmiare neanche col pensiero perché Dio in questo momento ci guarda.

Padre Gutierrez: Ci guarda sempre.

Achille:(lentamente) In diversi momenti può essere anche distratto, ma in questo momento ci guarda.

Padre Gutierrez: Giuro che non mi farai saltare i nervi. Ti ascolto. Pazientemente ti ascolto.

Achille: Bene. Aprite bene le orecchie. (poi quasi scandendo ogni parola). Dovete farvi portavoce presso il Capitano Alonso di una mia precisa richiesta. Consegnarmi un pacco con 600 mila dollari, in pezzi da cento. Potete dirgli che chi li chiede conosce i suoi misfatti ed è questo il prezzo del silenzio.

Padre Gutierrez: Un ricatto?

Achille: Chiamatelo come volete, non importa. Si potrebbe anche chiamare un atto di giustizia o anche: il giusto prezzo da pagare per chi porta nascosta nel cuore la verità lacerante di un delitto.

Padre Gutierrez: Atto di giustizia, ricatto, verità lacerante? Da dove ti arrivano tali idee e farneticazioni?

Achille: Voi lo sapete benissimo padre Gutierrez non è necessario chiedermelo.

Padre Gutierrez: E cosa dovrei sapere io?

Achille: Non fatemi queste domande. Io non ho il compito di pigliarmi le colpe degli altri. Voi lo fate per mestiere, a me è solo capitato per accidenti di conoscere un segreto. Ma a me questa verità brucia e mi fa impazzire. Voi invece ci avete fatto il callo a simili segreti. Anzi pensate che attraverso il vostro callo addirittura Dio stesso possa intervenire per perdonare.

Padre Gutierrez: Cosa dici, rasenti la bestemmia. Come puoi chiamare callo un sacramento?

Achille: Certo, certo. Anzi molto giusto, voi non potete, voi siete legato al segreto confessionale. Ma non occorre nessuna vostra rivelazione o indiscrezione, perché vi guiderò io.

Padre Gutierrez: Parla, parla, e abbandona questa aria di supponenza che hai. Ritorna ad essere il mite Achille che io conosco.

Achille: Parlerò...ma un momento. (si sentono rumori provenienti dalla sala) Sentite, in questo momento si sta disponendo a parlare il Capitano.
Vale la pena di fare un intervallo e di ascoltare. (si avvicina verso l’uscio che porta verso il salone) Potete intercettare la sua voce.

Padre Gutierrez: Io dovrei essere di là.

Achille: Voi è meglio che rimanete di qua. Perché è di qua che si consuma la tragedia, di là si recita solo la farsa dei buoni sentimenti. Buoni sentimenti imbevuti di spumante.
Ecco, io da questo spiraglio posso ascoltare le parole del Capitano e posso riferirvele.
Ecco…gli applausi e i gridolini delle persone, alticce per lo spumante italiano, che potete sentire da solo.
(si sentono gli strilli e gli applausi e poi cessati una voce che parla ma di cui non si distinguono le parole – Achille prosegue)
Ecco…sta parlando…dice di quanto è onorato per il traguardo di laurea raggiunto dal figlio, dal niño. E’ commosso. Ricorda qualche aneddoto di famiglia, commuove i presenti già brilli. Sta anche cercando voi, non si capacità di come mai non gli siete vicino in questo momento.

Padre Gutierrez: Lasciami andare di là.

Achille: (Con tono forte e risoluto rivolgendosi a padre Gutierrez). Non vi azzardate a lasciarmi padre Gutierrez, voi sapete perché. Sono io che conosco come continuerà la festa.
(Riprende a guardare dallo spiraglio e prosegue in tono amaramente canzonatorio).
Ecco…ora è proprio commosso e abbraccia il niño.
Anche il niño è commosso…purtroppo.
(Prosegue con un tono grave) . Povero agnello di Dio, povero mio amico, destinato ad odiare me che ti ho amato e che ho desiderato la tua felicità. Ora parla il niño…non sa cosa dire, si limita a fare un annuncio… e … annuncia il suo fidanzamento con Cristina. Il resto degli strilli e degli applausi li potete sentire da solo. (Achille abbandona lo spiraglio della porta e si va lentamente a sedere).


Padre Gutierrez: Allora?

Achille: Allora possiamo proseguire.


Scena 4°


Vengono interrotti dall’entrata rumorosa in stanza del Capitano Alonso e di un generale (Alonso in abito di gala e il generale in divisa).


Alonso: Padre Gutierrez, voi qua? Vi cercavo come un disperato. Volevo fare il discorso vicino a voi. Perdonatemi ma ho dovuto farlo lo stesso, prima che tutti fossero definitivamente colmi di spumante e non in grado di ascoltare.

Padre Gutierrez: Perdonatemi voi Capitano, ma questo giovane stava male e sono dovuto restare con lui, sono mortificato per la mia assenza nel momento più importante della festa.

Alonso: Ma che dite, perdonare? Voi fate sempre bene padre Gutierrez. Ecco, voglio presentarvi il generale Gomez, una colonna del nostro paese. Generale: questo è padre Gutierrez. Colui che guida le nostre anime. Noi siamo forti, ma senza la sua guida saremmo persi.
(Il generale fa un breve inchino, ricambiato da padre Gutierrez)


Generale: Sono onorato. Il Capitano mi ha parlato tanto di voi e di come gli siete stato vicino.

Padre Gutierrez: Grazie (si limita a mormorare, subito interrotto dal Capitano ).


Alonso: Ora noi lasciamo padre Gutierrez alla cura di questo giovane. Venite Generale, vi mostrerò il giardino. E’ una meraviglia. Vi farò vedere come sono cresciuti gli arbusti di pistacchio, sono diventati dei piccoli alberi.
(il capitano e il generale lasciano la scena)



Scena 5°
Achille: Guida le nostre anime… senza di lui saremmo persi.

Padre Gutierrez: (esacerbato dalle parole di Achille) Allora?

Achille: Nessuna fretta. Avete guidato bene la sua anima otto mesi fa quando stava per morire di infarto e vi ha chiamato al suo capezzale. In quel momento ha visto aprirsi le porte dell’inferno ed ha cercato la vostra mano, che lo tirasse fuori. E voi la mano gliela avete data perdonandolo ancora una volta per il suo segreto.

Padre Gutierrez: Non ti permetto di parlare così del sacramento della confessione. Cosa fai, stai tentando di circuirmi per ordire un ricatto? Tu sai cosa significa confessore. Tu che sei stato un giovane attivo nella chiesa.

Achille: Lo so bene. E cosa volete che io sappia dei segreti che raccogliete in un confessionale? Come potrei saperli? E cosa volete che me ne importi di saperli?
Il fatto è che questo segreto è piombato accidentalmente addosso a me e non perché me lo ha confessato il suo autore, ma perché me lo ha raccontato una vittima. Mi ha fornito le prove, mi ha chiesto giustizia. Ora questo segreto dilania anche me. Ha distrutto la mia tranquillità di uomo. Ha messo in crisi la mia amicizia con Giorgio. Mi fa sentire vile nel non rivelarlo. Mi impedisce di pensare a un futuro tenendolo nascosto.

Padre Gutierrez: (agitatamente) Quale segreto? Di cosa parli? Quali prove?

Achille: Perché vi agitate ora con tali domande? Cosa fate, vi trasformate da prete in poliziotto? Volete indagare sulle vittime dopo che avete perdonato il carnefice? Oppure vi sentite parzialmente complice? Niente da fare padre Gutierrez: sono 600 mila dollari, è questo il prezzo. Ad un essere come il Capitano Alonso succhiargli il denaro lo farà imbestialire, è come succhiargli il sangue. Vedrà la fine del suo segreto, dei suoi risparmi, della sua pace. Vedrà i suoi affetti precipitare nella merda.

Padre Gutierrez: Per un ricatto di tale entità, ci deve essere un motivo, qualcosa di preciso, non si può certo giocare a fingere di sapere. Magari ti stai inventando tutto?

Achille: Quello che avete detto è ripugnante, ma ha una sua logica. Le prove saranno presentate al carnefice. Ma voi…capisco… non volete essere messaggero di un ricatto senza la forza della prova del ricatto.
Allora ditegli che quando abbandonò quella donna nella fossa, dopo avergli sparato due colpi alla nuca, non rovistò a fondo nelle sue tasche. C’era una piccola tasca interna nella giacca di quella disperata. Vi basta questo? Al carnefice basterà, gli farà ruotare la testa, comincerà a ricordare le sue mostruosità.

Padre Gutierrez: E’ pur sempre un uomo.

Achille: No, non lo è mai stato.

Scena 6°


Rumori dalla sala, entra Giorgio con un vassoio e dei calici di spumante.


Giorgio: Ero sicuro, siete ancora qua! Vi ho portato da bere. Ma cosa avete tanto da confabulare voi due? Me lo racconterete, sì che me lo racconterete?
State parlando di Kant o di Sant’Agostino? Vi siete tolti dalla mischia di noi poveri mortali che stiamo tutti annegando nello spumante. (Porge un ad Achille un calice e prosegue…) Achille, devi brindare con me, mio grande amico. Mi sono legato mani e piedi. Lo capisci…? Ho annunciato ufficialmente il mio fidanzamento con Cristina.
E tutti quanti a gridare:” lo sappiamo già, lo sappiamo già, diteci quando vi sposate”. Ci hanno spiazzato. Cosa dovevo dire? Cosa potevo dire? Ho detto:” presto”. E quelli: “quando? quando?” Ed io ho detto: “prima che finisca l’anno”. “Un’altra festa!?” Ha detto mio padre: “mi vuoi portare in rovina”. E giù grida, applausi. Insomma, legato mani e piedi. Cristina la fanno girare tutti quanti a ballare come una trottola, e io sono venuto qua ad annunciarlo ai miei amici. (Porge un’altro calice a padre Gutierrez).

Padre Gutierrez: (solleva il calice) Possa Iddio assisterti come ha fatto fino ad oggi?

(Anche Achille solleva il calice insieme a loro e bevono in silenzio)


Giorgio: E no! Siete proprio dei musoni voi due questa sera. E’ meglio che io vada di là e vi lascio alle vostre discussioni trascendentali. (finisce di bere dal suo calice e li lascia).

Scena 7°


Appena uscito Giorgio, Padre Gutierrez si avvicina ad Achille

Padre Gutierrez: (accoratamente) Tu distruggeresti la vita anche di quest’uomo, di quest’uomo che ti è stato amico, di questo innocente?

Achille: Havete ben capito di cosa si tratta e senza che io vi fornissi ancora ulteriori prove.
Ma voi di me padre Gutierrez, non vi preoccupate di me. Eppure questa vicenda ha distrutto anche me. Come posso io che gli sono amico conservare dentro di me un segreto che lo riguarda. Un segreto così grande e terribile, la cui conoscenza potrebbe sconvolgergli l’esistenza.
Chi sono io per poter dire che è bene che lui non sappia? Io non sono obbligato come voi a mantenere un segreto per vincolo religioso. Io, che sono suo amico, debbo rispettare un patto di lealtà verso lui.
Dovrei portarmi il fardello dentro di me per lasciarlo navigare dentro un’ottusa felicità, salvandolo dalla verità perché la verità è carica di violenza?
Io debbo avere cura del niño come ha avuto cura del niño quel suo padre che sta nel giardino con il generale? Debbo averne cura come ne avete avuto cura voi, il parroco premuroso e affettuoso?
Ma io non sono il tutore del niño. Io sono un suo amico, giovane quanto lui, con i suoi stessi desideri, con la sua stessa voglia di conoscenza e di giustizia.
E se il niño verrà poi a sapere che il suo amico sapeva? Perché lo verrà a sapere.
Come potrà perdonare il mio silenzio? Troverà disdicevole che anche io l’abbia trattato come un bambino, un fagottino che si può trasportare, abbandonare, raccogliere quando ti aggrada.
Potrà dire: perché non hai lasciato decidere a me? Perché ti sei arrogato il diritto di decidere al di sopra di me? Perché mi hai lasciato in una ottusa felicità?

Padre Gutierrez: Ma perché il ricatto? Questa richiesta di denaro non ti renderà odioso agli stessi occhi del tuo amico.

Achille: Quando questa terribile verità emergerà, scardinerà tutto. Affetti, passato, presente, tutto. Io stesso sarò visto da Giorgio con un altro volto. Sarò visto nero, anche senza esserlo. E allora è giusto che io lo sia a tutti gli effetti.
Questo ricatto rende un minimo di giustizia. Voglio che il tuo Capitano Alonso soffra, soffra in vita. Voglio che non dorma più la notte, che senta il fiato della persecuzione addosso.
Si sentirà come prima cosa succhiare i suoi beni, quei beni a cui è tanto affezionato, quei beni su cui ha poggiato i suoi stessi affetti. Vedrà lo spettro della giustizia e lo spettro della vendetta.
Vedrà in modo ancora più cupo l’aspetto della morte. Non come un rapporto privato con un Dio capace di perdonare, ma in rapporto a uomini che non perdonano, che esigono il pagamento di un prezzo.
Avrà paura, quella stessa paura che usava incutere alle sue vittime. Non solo la paura di un ipotetico inferno, ma anche la paura di un inferno presente, da cui si vuole fuggire.

Padre Gutierrez: Quell’uomo si è pentito ed è tanto cambiato. Ha cercato di cambiare in amore i suoi delitti, si è dedicato a crescere quel fanciullo, lo ha fatto diventare un uomo forte e grande. Lo ha aiutato a farsi una strada e una posizione. La tua verità può solo distruggere tutto questo.

Achille: Bene! Allora il ricatto verrà a consolidare proprio quello che voi dite. Pagherà un prezzo…chiederà perdono a voi padre Gutierrez, vi consegnerà tremante i seicentomila dollari, magari chiedendovi di fare da intermediario con il ricattatore.
Credete possibile questo definitivo miracolo?
Quell’uomo di cui parlate sta di là, brinda ai suoi successi di padre, è soddisfatto per gli alberi che crescono nel suo giardino e li mostra al suo amico generale. E’ sicuro, è pieno di sé, non esita come non esitò quando si tratto di uccidere.

Padre Gutierrez: Potrebbe averlo fatto perché obbediva a degli ordini. Perché credeva in qualcosa che gli ha stravolto l’anima? A volte gli uomini si lasciano trascinare dagli eventi…dalla storia; ma poi si pentono per quello che hanno fatto.

Achille: Ma in quel particolare momento della storia sono state delle belve. Alla loro obbedienza hanno aggiunto un sovrappiù di violenza. Non glielo stava chiedendo la storia quel sovrappiù di violenza. E in conclusione hanno cercato di trarre un profitto per loro. Ora hanno paura del giudizio della storia, ma hanno soprattutto paura che venga rivelato il celato volto di belva. Perché non si consegna al giudizio della storia e fa ammenda per le sue colpe?

Padre Gutierrez: Se lo facesse distruggerebbe la sua famiglia. Lo stesso Giorgio verrebbe distrutto dal peso della storia. Non ti sembra un motivo valido?

Achille: Allora è meglio per lui che tutto rimanga celato. Ma la tortura del suo delitto si è accidentalmente trasferita su di me, e il silenzio aumenta ora la mia tortura.

Padre Gutierrez: Ma chi ti ha raccontato queste cose tremende? Potrebbe averti detto le cose in maniera diversa da come sono in realtà andate? Chi è stato? Qualcuna di quelle donne che continuano a gridare nelle piazze? Nel loro dolore possono anche confondere la verità.

Achille (con voce alterata inveendo, smette di dare di dare del voi al religioso ): Tu vuoi che riveli la fonte? Cosa faresti dopo? L’andresti a raccontare al tuo Capitano? Così qualcuno potrebbe sparire? Vuoi renderti complice di un nuovo delitto per occultare vecchi delitti?

Padre Gutierrez: Dio me ne guardi…

Achille: Hai detto bene: Dio te ne guardi.

Padre Gutierrez: Ma perché il ricatto? Perché la richiesta di denaro? Perché anche tu macchiarti di un delitto?

Achille: Il mio delitto tu lo giudichi di pari misura a quello del carnefice che brinda nell’altra stanza? Il mio ricatto è pari a due omicidi?
Questi sono solo quelli di mia conoscenza, ed è probabile che ne abbia fatti tanti altri. E’ questa la tua proporzione?

Padre Gutierrez: Perché dei soldi? Che ci farai con quei soldi? Se lo venisse a sapere Giorgio, come ci resterà? Non avrà neanche più un amico.

Achille: Cosa ci farò con quei soldi, sono cazzi miei. Li spenderò a puttane oppure li regalerò ai poveri. Oppure, ancora meglio, visto che sono povero io stesso, li terrò per me come prezzo del mio silenzio. Così potrò guardare il mio amico Giorgio a testa alta. Gli avrò nascosto un segreto non per una stupida motivazione compassionevole, ma per un utile tangibile. Un utile morale.

Padre Gutierrez: Un utile morale?

Achille: Sì, avete inteso bene. Se quell’uomo che si forgia del titolo di Capitano accetta di cominciare a pagare per i suoi delitti, comincia veramente ad essere sulla strada della redenzione, mostra in qualche modo che sta cambiando.
Se poi, addirittura, vuole pagare fino in fondo: può denunciarmi come ricattatore e accettare il giudizio generale della società. Si apre di fronte a lui un’ampia gamma di possibilità: compresa quella di ritornare ad essere una belva.

Padre Gutierrez: Io non voglio essere partecipe di un ricatto e neanche di questo tuo delirio. Quello che io ho fatto l’ho fatto per compassione. Quando lui venne in parrocchia trenta anni fa e mi portò quel niño, mi disse : “Tienilo, per bontà divina tienilo”. Cosa dovevo fare? Fu poi la mia serva che disse: “Perché non lo diamo alla moglie del Capitano Alonso, non ha figli, li desidera tanto, potrebbero adottarlo, sarebbe la fortuna di questo povero niño”. Fu così. Cosa avrei dovuto fare? Denunciare il fatto in quel clima? Mi parve la soluzione migliore. Cosa dovevo …fare?

Achille: Potevi tenerlo tu?

Padre Gutierrez: Ma come potevo. Il figlio di un prete. Assurdo.

Achille: Allora meglio darlo allo stesso carnefice?

Padre Gutierrez: Ma come potevo saperlo?

Achille: Potevi sospettarlo?

Padre Gutierrez: Ma non cambiava nulla lo stesso.

Achille: Non cambiava … nulla. E invece poteva cambiare tutto, se i timori che portavi dentro li facevi emergere. Ma dimmi la nuova madre, la moglie del capitano Alonso, sapeva?

Padre Gutierrez: No, te lo giuro, no. (si avvia come a supplicare Achille e poi si siede affranto). Te lo giuro, Dio mi è a testimone.
Quella donna venne più volte a chiedere a me sulla provenienza di quel niño. Io gli dissi che lo avevano abbandonato dinanzi la porta della chiesa. Non gli dissi che lo aveva portato il capitano. Come potevo sapere di quello che aveva fatto il capitano?

Achille: Avete mentito a quella donna.

Padre Gutierrez: Sì, pensai di farlo a fin di bene.

Achille: A fin di bene?

Padre Gutierrez: Sì, a fin di bene. Pensai che quella donna avrebbe cresciuto amorevolmente quel niño. E così è stato. Solo….

Achille: Solo?

Padre Gutierrez: E perché dovrei dirlo a chi ha in mente un ricatto?

Achille: Bene, non dirmelo. Per il mio ricatto ho prove che bastano ed avanzano. Tieniti pure le tue scuse piagnucolose.

Padre Gutierrez: E invece te lo dirò. Solo per dimostrarti la coscienza di quella donna. Alcuni mesi prima di morire, perché sapeva della sua sorte di ammalata di cancro, venne a trovarmi. Era preoccupata per le notizie che erano state divulgate dalla stampa a proposito di bambini sottratti a donne che erano scomparse tanti anni fa, durante quel periodo buio che ha attraversato il nostro paese. Era lacerata mi disse: “ma mio figlio può essere uno di quelli?”

Achille: E tu?

Padre Gutierrez: Le dissi che non potevamo mai saperlo e che in ogni caso lei aveva fatto un’opera di bene.

Achille: Gli hai confermato tutto nuovamente: la bugia iniziale e la bontà del suo coniuge. Hai salvato l’assassino con cui lei aveva diviso il letto per tutta la sua vita.

Padre Gutierrez: E cosa avrei potuto mai fare. Distruggere gli ultimi giorni di vita di quella donna? Distruggere i suoi affetti, per quale scopo?

Achille: E ancora una volta ti sei reso complice del carnefice. Ancora una volta una bugia, come le bugie che stai raccontando a me in questo momento.

Padre Gutierrez: In questo momento? Perché dovrei mentirti in questo momento?

Achille: Perché c’è un modo perverso di mentire: raccontando solo parzialmente la verità. Dicendone solo una parte, quella meno scomoda. Non parlo di quello che mi hai detto su quella donna. Cosa che non ti avevo chiesto e che mi hai raccontato e che in qualche modo la salva dal miscuglio dei misfatti.
Quando parlo di parziale verità, mi riferisco a quella sera di trenta anni fa. E’ su quello che mi hai mentito per salvare la tua di coscienza ai miei occhi. Per potere continuare a fare tu il prete e io restare nella figura del ricattatore.

Padre Gutierrez: Come fai a dire una simile cosa?

Achille: Perché è semplice. Se il capitano avesse voluto sbarazzarsi del niño affidandolo a un prete, bastava che lo lasciasse fuori della porta della chiesa e suonasse il campanello. Ma il capitano non voleva sbarazzarsi del niño, l’aveva sottratto alla madre naturale per portarlo alla sua donna. Per questo non si limitò ad abbandonarlo, venne da te, ti chiese di tenerlo, giusto il tempo di convincere sua moglie a fare una adozione. Poi tu mandasti la tua serva dalla moglie del capitano Alonso, per riferirgli di un bambino abbandonato. Come vedi, alla luce di questo dettaglio la verità assume un altro tono e tu assumi la veste di complice del delitto.

Padre Gutierrez: Sei una mente diabolica per pensare ciò.

Achille: (con un triste sorriso) Ora il diabolico sono io!?

Padre Gutierrez: Non mi renderò partecipe del tuo ricatto.

Achille: E invece tu parteciperai anche questa volta. Parlerai con il capitano e gli dirai che io so tutto. Che ho le prove di tutto. Che prepari entro tre giorni 600 mila dollari, in biglietti da cento, che li inserisca in un pacco. Il pacco lo consegnerà a te e tu lo consegnerai a me. Io in quel momento ti consegnerò le prove che lo inchiodano, poi io andrò via e manterrò il silenzio.
Lo farai…lo farai. E se non lo farai quelle prove saranno consegnate a chi di dovere e il tutto sarà raccontato alla stampa.

Padre Gutierrez: Di quali prove stai parlando?

Achille: Ecco, che ancora cerchi quello che ti preme di sapere. Ti avevo detto che quando abbandonò quella donna nella fossa, dopo avergli sparato due colpi alla nuca, non cercò a fondo dentro le tasche della sua giacca.
C’era una piccola tasca interna e lì, quella donna teneva avvolti in un piccolo straccetto (Achille si avvicina a padre Gutierrez) cinque dei suoi capelli.
Cinque capelli dell’uomo che l’aveva stuprata, quello che sarebbe diventato anche il suo assassino. Un tempo quei cinque capelli potevano valere ben poco, erano solo il ricordo di una tortura subita. Ma ora il tempo con il suo progresso scientifico si rivolta contro il carnefice e la prova del suo DNA sarà inequivocabile.
Questo può bastare….padre Gutierrez?

Achille esce di scena.


Scena 8°

Padre Gutierrez resta solo, vaga per la scena e poi si accascia di nuovo su una sedia.

Entra il capitano Alonso mezzo brillo. In un primo momento non si accorge della presenza del religioso.

Alonso: Una bella festa. Si potrebbe dire, come il giusto compimento delle mie aspirazioni. Ciò che apparentemente era nato nero, confuso, ora si colora e prende luce.

(Si accorge della presenza del religioso)


Oh.. finalmente, vecchio prete. Sei proprio scomparso per tutta la festa. Cosa fai? (si avvicina a un passo dalla sedia).

Padre Gutierrez: Sono qua Alonso e debbo parlarti. Sarà difficile ma debbo parlarti.

Si chiude il sipario



ATTO II

Scena 1°

Quadro di scena: una terrazza luminosa, piante, un’amaca, delle sedie, un piccolo tavolo da giardino, sul tavolo qualche bicchiere e delle bevande. Quando si apre il sipario Cristina sta dondolandosi sull’amaca, legge un libro e sorseggia da un bicchiere.

Entra in scena Achille

Cristina si alza e va ad abbracciarlo amichevolmente.

Cristina: Eccoti finalmente, ti aspettavo da un po’, ed ero preoccupata. E’ stato il tuo tono deciso al telefono: “Purché sei da sola”. Bene, ti posso assicurare che sarò da sola per due e anche tre ore. Giorgio è andato a pesca e non tornerà prima di sera. Sarà sufficiente questo tempo?

Achille: Penso proprio di sì.

Cristina: Cosa succede? Per chiedermi di vedermi da sola deve essere successo qualcosa tra te e Giorgio. L’altra sera, alla festa mi sembravi molto agitato, tutto appartato a parlare con padre Gutierrez. Sono rimasta molto colpita. Non sei entrato nel salone neanche per un po’. Giorgio mi ha detto che ha dovuto portarvi da bere nella saletta perché se no restavate all’asciutto.
Non è da te. Non sei stato presente neanche all’annuncio del nostro prossimo matrimonio. Entro la fine dell’anno: questa è la promessa.

Achille si va a sedere, ad una delle sedie vicino al piccolo tavolo, con un’aria stanca.

Cristina: Prendi qualcosa?

Achille: Qualcosa di fresco.

Cristina: La limonata e la bevanda più fresca che c’è su questo tavolo.

Achille: Va bene.

Achille prende il bicchiere che gli porge Cristina.

Cristina: Ci vuoi del ghiaccio?

Achille: No, va bene così? ( beve come un assetato)

Cristina: (dopo un attimo di silenzio) Dimmi sono tutta orecchie.

Achille (con una certa agitazione): Cris… se tu portassi dentro di te un segreto terribile che coinvolge una persona…e sai che rivelarglielo lo farebbe soffrire…e sai che non rivelarglielo lo offenderebbe gravemente: cosa faresti?

Cristina: Mi stai facendo venire il freddo alla schiena, non tanto per quello che hai detto ma soprattutto per il tono della tua voce. Si tratta di qualcuno di noi?

Achille (beve di nuovo con un leggero tremore): Purtroppo sì.

Cristina: Calma Achille…calma.

Achille silenziosamente beve e la sua tensione pare leggermente diminuita.

Cristina: Si tratta di Giorgio?

Achille: Tu sai quanto io sia amico di Giorgio e quanto tengo alla sua amicizia.

Cristina: Sì, lo so. (con aria vagamente ironica aggiunge) Come potrò mai dimenticare quella sera di due anni fa.

Achille: Ci pensi ancora?

Cristina: Ora mi viene un po’ da ridere a ripensarci, ma per un po’ ci sono stata male. Mi ero innamorata di te e tu mi hai gelato, con la tua fedeltà al tuo amico mi hai fatto sentire come….

Achille: E non immagini come mi sono sentito io?

Cristina: Vuoi dire che tu….

Achille: Voglio dire. Non so come spiegarlo, ma mi parve in quel momento che io sarei riuscito a riprendermi dalla passione mi aveva avvolto, mentre per Giorgio sarebbe stato fatale.

Cristina: Non ti sei chiesto se in questo tuo sacrificio…sacrificavi anche me?

Achille: Me lo sono chiesto tante volte ed era questa la domanda che mi torturava. Ma dovevo pur prendere una decisione immediata; altrimenti saresti rimasta travolta tu, Giorgio, … e anche io con voi. Mi daresti oggi una colpa per quella mia rinuncia?

Cristina: Oggi? Oggi che il tempo è passato…no.
Ma dimmi quale peso ti assilla in questo momento e che traspare dai tuoi occhi?

Achille: Si tratta di un segreto capace di scorticare l’esistenza. E forse sto facendo male ed essere qui e coinvolgerti. Dovrei solo chiederti scusa e scappare velocemente.

Un silenzio pesante

Cristina: Racconta… racconta.

Achille: Noi siamo stati felici, la nostra generazione non si è curata di tante cose. Abbiamo giocato a golf, a calcio, le corse in bicicletta e le scalate, ed abbiamo passato delle magiche serate vicino al mare. A volte noi stessi ci siamo domandati della infelicità degli altri, pensavamo con i nostri discorsi di parteciparvi, ma nei fatti quella infelicità era lontana.
Quando quella infelicità si avvicina, prepotentemente, e ne cominciamo ad avvertire il peso, anche una sola goccia di sudore diventa come piombo fuso. Non so se posso andare avanti?

Cristina: Racconta.

Achille: Un pomeriggio di due mesi fa bussa alla porta della mia casa una donna. Una donna anziana. Ho pensato che chiedesse un obolo per qualche associazione, la stavo mandando via mettendo la mano al portamonete, ma lei mi disse che era venuta per parlarmi, che aveva necessità di parlarmi di una cosa personale.
Avevo voglia di mandarla via, era un giorno che avevo tante cose da fare, ma il tono tremolante della sua voce lasciava trasparire una certa sofferenza, la lasciai entrare e gli prestai ascolto. Mi disse che lei tanti anni fa aveva avuto una figlia, una figlia bellissima e volle mostrarmi la sua foto: era indubbiamente bella. Mi disse che una sera sua figlia non tornò a casa. Pensava che fosse rimasta a dormire con il suo ragazzo e un po’ arrabbiata per la sua disinvoltura la mattina presto si recò a cercarla a casa di lui. Ma anche il suo ragazzo era scomparso. Scomparsi tutte e due nel nulla.
Questo è accaduto nel nostro paese circa trenta anni fa. Giovani che avevano militato in qualche partito della sinistra scomparivano nel nulla. Dopo molto tempo si è saputo che sono stati torturati e uccisi. Si tratta di centinaia, forse migliaia.

(Achille si ferma come per prendere respiro)

Silenzio

Cristina: (prende a parlare come a volere riempire il silenzio) E’ un tempo lontano. Ora molti responsabili stanno per essere puniti. La vita in qualche modo…

Achille: Quando si parla degli altri è così, è come tu dici. Ma quando… (si ferma ancora)

Cristina: (con un debole filo di voce) Si tratta di noi?

Achille: Quella donna mi dice che il ragazzo di sua figlia è stato torturato e poi ucciso. Tre colpi alla nuca, dopo essere stato ridotto con le braccia spezzate.
Sua figlia rimase in vita ancora per alcuni mesi, la risparmiano provvisoriamente forse perché era incinta o perché non avevano ancora deciso come ucciderla. Ma non risparmiano di torturarla, di stuprarla. Viene trasportata da un campo ad un altro. Viene lasciata partorire, assistita da un medico durante il parto. Per due settimane gli fanno tenere il niño, glielo fanno allattare e poi glielo sottraggono.
La ragazza doveva essere eliminata, avevano scelto un sistema alla grande, caricarla insieme ad altri cento su un aereo e poi precipitarli tutti nell’oceano.
Ma durante la camminata dal campo in montagna, dove era tenuta, fino all’aeroporto; cade e si rompe una gamba. Pensano bene di evitare il trasporto e gli piazzano due colpi alla nuca e la scaraventano in una fossa, una fossa naturale tra le rocce.
Il racconto potrebbe essere finito, tranne per un solo dettaglio che rimane ancora in vita: il niño.

Cristina: Il niño ?

Achille: Posso dirlo?
Cristina: (grida, come a volersi liberare dal peso opprimente di quel racconto) D i l l o o.

Achille: (scandendo) Il niño è Giorgio e l’assassino è il capitano Alonso.

Silenzio

Cristina : (con tono penoso) Come fai a fidarti del racconto di quella donna? Potrebbe, sconvolta dal dolore, confondere ogni cosa?

Achille: Certo, un dolore così forte può sconvolgere la mente.
Ma quella donna continuò nel suo racconto. Mi disse che la vecchia serva di padre Gutierrez, prima di morire, l’andò a trovare e gli raccontò di come una sera di trent’anni prima si fosse presentato in canonica il capitano Alonso con un piccolo fagotto: una coperta e un niño… Quel niño rimase in canonica per alcuni giorni e ci badò la serva e poi fu preso dai due coniugi in adozione, il capitano Alonso e la moglie.

Cristina: (nervosamente) Ma, ma, il capitano mi ha sempre parlato della nascita di Giorgio, che era stato presente al parto. Giorgio è suo figlio a tutti gli effetti, partorito da sua moglie.

Achille: Per le carte sì. E in questo modo è stato registrato al comune. Ma per Dio, no.

Cristina: (quasi balbettando per l’agitazione). Ma, ma…

Achille: Esiste anche una cartella clinica, antecedente alla nascita di Giorgio, dove si certifica che la moglie del capitano non poteva avere figli.

Cristina: (che ha superato la prima agitazione). Ma come fai a dirlo?

Achille: Quella donna me l’ha mostrata.

Cristina: Ma può essere un falso.

Achille: Di quel niño ho avuto conferma dallo stesso padre Gutierrez.

Cristina: Ieri sera parlavate di ciò?

Achille: Sì.

Cristina: Padre Gutierrez andrebbe a testimoniare una simile cosa?

Achille: (in tono abbattuto e stanco) Testimoniare? Cristina…come fai a parlare così?
Un processo e un giudizio può servire certo alla società, ma non diminuirà la potenza di questo male. Io posso solo credere a quello che mi ha raccontato quella donna e a quello che mi ha raccontato padre Gutierrez. Alla coincidenza dei due racconti. A me ciò basta, non ho bisogno di un processo e di un giudizio.

Cristina: Ma se le cose che hai detto provano l’adozione di un niño, come fai a dire che provano i delitti commessi dal capitano Alonso? Ci vuole… (e rimane sospesa in silenzio)

Achille: Ci vuole una prova.

Cristina: Vuoi dire che non c’è?

Achille: Quella donna mi ha parlato di un testimone. Il sergente Santi, che era a fianco del capitano nel momento dei più truci delitti. Il testimone in carcere è stato avvelenato. (sorride amaramente) Giace anche lui in un bara.

Christina: Non c’è una prova. Quella donna ha scaricato sopra di te il suo bagaglio di dolore senza una prova. Ma perché l’ha scaricato su di te? Perché non è andata a dirlo a quello che secondo lei è suo nipote?

Achille: E’ questa stessa tua domanda che io gli ho rivolto. E lei mi disse tremando: “sono sua nonna, la madre di sua madre, ma sono anche una sconosciuta che gli porta una verità crudele. Senza prepararlo, senza assisterlo. Ci vuole qualcuno che lo conosce, che gli è stato amico”. E’ stata questa la motivazione con cui ha scaricato addosso a me questo macigno.

Cristina: E tu?

Achille: Sono due mesi che mi tormenta questa storia. Dirlo o non dirlo a Giorgio? Come dirlo? Dimenticare tutto, far finta che non fosse accaduto niente? Assumermi l’onere del silenzio per salvaguardare la vostra tranquillità?
Sono arrivato al punto di sentirmi a disagio quando vi incontravo. Mi si stringeva lo stomaco e mi tremavano le mani quando si avvicinava a me il capitano Alonso. Ho pensato di andare via da questa città evitando d’incontrarvi... Ma come spiegare la rottura di una vecchia amicizia? E quei fantasmi avrebbero cessato di perseguitarmi?

Cristina:(come sfiancata) Hai deciso alla fine di spostare questo macigno su di me?

Achille: No…no. Ho deciso di trovare una prova.

Cristina: Ma..come? Come puoi pensare di trovare una prova se… se i testimoni sono morti e…

Achille: Ma l’assassino è ancora in vita. Sarà l’assassino stesso a fornirmi la prova. E’ bastato inchiodare alle sue responsabilità padre Gutierrez e il monumento è cominciato a franare… occorre solo dare un altro colpo.

Cristina: (come impaurita) Ti sei fatto carico di ciò … e cerchi in me… Cosa cerchi in me?

Achille: (come per venirgli incontro e rassicurarla) Non cerco nulla Cristina, non cerco nulla che ti possa fare incorrere in un terribile rischio. Sono consapevole del rischio in cui mi sto cacciando io, da te cerco solo…

Cristina: …solo.

Achille: Se io dovessi morire, chiedo a te di raccontare a Giorgio questa storia. E’ solo questo che sto cercando da te.

Cristina: Hai messo in conto la tua vita?

Achille: E’ possibile.

Cristina: Ma cosa c’entri tu?

Achille: E cosa c’entrava Giorgio…un niño avvolto in una coperta, strappato alla madre, precipitato in un mondo di dolore e di menzogne? Cosa c’entriamo tutti… quando distrattamente facciamo una considerazione sull’esistenza?

Cristina: Non lo fare…non lo fare.

Achille: L’ho già fatto. Ieri ho tolto il mio tormento e l’ho scaraventato su padre Gutierez. Ho ricattato il capitano Alonso per tramite di padre Gutierrez, gli sto chiedendo di pagare il mio silenzio con 600 mila dollari. Se accetterà di pagare gli consegnerò la prova.

Cristina: Un ricatto e una prova che non c’è.

Achille: La prova sarà il suo stesso pagamento oppure la sua stessa furia. Agli occhi di Giorgio, a seconda di come vanno le cose, potrò passare come un ricattatore. E’ per questo che era necessario che tu sapessi. E’ per questo…

Cristina: Cosa farai di quel denaro?

Achille: Lo restituirò a Giorgio e poi potrò andare via da questa città, da questo paese… se mi aiuteranno le gambe per fuggire.

Cristina: (come riacquistando nervosamente forza) Hai deciso di diventare tu il giudice di questa storia. Hai deciso per tutti. Metti in gioco la tua vita e nel contempo stai decidendo della vita di tutti.

Achille: Non ho deciso io della vita degli altri e della vostra vita. Ma quale vita ci può essere all’ombra silenziosa di tali delitti? Sono stato tentato di non fare nulla ed è stata la tentazione più forte.
Sono stato tentato di raccontare le cose a Giorgio, limitandomi a scaricare il macigno su di lui. Mi sono chiesto se Giorgio potesse vivere con un dubbio così atroce. Mi sono chiesto se io dovevo convivere in silenzio con tali delitti che avevano sfiorato la mia esistenza. Quale felicità avrei potuto desiderare?
Cosa c’è, Cris, preferivi non sapere?

Cristina: (di nuovo abbattuta) So che fino a un’ora fa ero una donna che aspettava felicemente di andare in sposa. Da questo momento sono diventata incerta, ho paura per il destino del mio uomo e per il mio stesso destino. Senza avere nessuna colpa precipito in un abisso.

Achille: I genitori di Giorgio precipitarono in un abisso. Erano dei giovani come noi e la tortura li penetrò nella mente e nelle carni. E quella madre che per trenta anni ha cercato la figlia, ha poi finalmente abbracciato uno scheletro con la testa spaccata dai proiettili. L’abisso ci camminava accanto.

Cristina: Giorgio in questi trenta anni ha avuto un’altra madre che lo ha accudito ogni giorno. Era così perversa questa donna? L’abbiamo conosciuta anche noi. E se tu gliela distruggi, cosa rimarrà a quest’uomo che non ha conosciuto la vera madre?

Achille: Se tu ti dovessi far carico di questo racconto a Giorgio, puoi lasciargli vivere l’immagine e il buon ricordo di questa madre adottiva. Padre Gutierrez mi ha confermato che lei non sapeva, è stata ignara. Sapeva solo che il niño era un trovatello. Solo negli ultimi anni cominciò lei stessa a torturare la sua mente sentendo le notizie sui figli dei desaparecidos. Si recò timorosa da padre Gutierrez e il prete menzognero gli confermò la versione del niño trovatello e non gli fece menzione del ruolo del capitano Alonso.
Sì, di questa ignara madre che ha trovato nella strada della sua vita gli puoi salvare il ricordo. Ma non quello di suo padre, il capitano Alonso, che stuprò una donna incinta, che gli sottrasse il figlio, che premette il grilletto e l’abbandonò in una fossa. Di costui non si può salvare un buon ricordo.
Il suo buon ricordo lo stavo salvando io con la paura che mi ha attanagliato fino a ieri e mi impediva ogni azione. Oggi ho ancora paura ma non posso più tornare indietro.

Cristina: (si avvicina verso Achille come a supplicarlo, con nuove parole, ma nessuna parola riesce a pronunciare e si allontana da lui)

Achille: Prima che io vada, ho bisogno di una cosa da te.

Cristina: (con un filo di voce) Cosa?

Achille: Un ciocca dei tuoi capelli.

Cristina: Dei miei capelli?

Achille: Sì, pochi. Sono corti e nerissimi. Potrebbero essere scambiati con quelli dello stesso capitano Alonso, che trenta anni fa aveva i capelli neri. Li avvolgerò in questa piccola pezza sporca di vecchio sangue e li infilerò in una busta. Il capitano pagherà 600 mila dollari per questi capelli. Penserà che sono i suoi capelli, quelli che quella donna gli strappò senza che lui se ne accorgesse, mentre la stuprava. Il terrore per questa prova che non esiste già si sta impossessando di lui.

Cristina: Ma è una prova che non potrà mai servire in un tribunale.

Achille: Non importa. Servirà a Giorgio, servirà a te che potrai meglio raccontare. Una prova necessaria a noi per non essere complici con il silenzio.

Achille si avvicina a Cristina. Lei porta la sua mano destra alla nuca e strappa alcuni dei suoi capelli, che porge lentamente ad Achille, che li avvolge in un piccolo pezzo di stoffa.

Il sipario si chiude.


Scena 2°


Quadro di scena: lo stesso del primo atto.
Sta seduto vicino al tavolo, da solo, padre Gutierrez. Va verso il centro della sala e parla a se stesso.


Padre Gutierrez: Quello che accadrà travolgerà tutto e anch’io sarò travolto. Mi sento come una febbre che si alza dai miei piedi e brucia fino alla testa.
E’ questo l’epilogo, la conclusione di quella sera? Quando io non ho detto quello che dovevo dire. Quando io mi lasciai travolgere da un confuso timore.
Lui entrò nella stanza della canonica con quel suo fagottino: “Tienilo. E’ il figlio di una sgualdrina comunista, ma diventerà mio figlio, ne farò un grande uomo”.
Ed io non dissi nulla. Ed io non chiesi nulla.
Che ne era stato di sua madre? Potevo chiedere.
Cosa ne hai fatto di lei?
Dissi soltanto: “Dio ti guarda”. E lui: “Faccio qualcosa che a Dio piacerà, mi riscatterà delle mie colpe, faccio una cosa buona”.
Ed io non dissi nulla, accettai che si compisse la più terribile delle cose buone: impossessarsi della vita degli altri.

Entra Achille.

Achille: Sono qua. Perché mi avete fatto venire proprio nella tana del lupo? Avete deciso di sacrificarmi come un agnello? Hai con te il denaro prete? Perché è solo quello che dobbiamo contare.

Padre Gutierrez: E’ andato in banca per prelevare il denaro. Ma ha anche detto che non lo darà mai a me, vuole consegnartelo personalmente.

Achille: I patti erano che doveva consegnarlo a te.

Padre Gutierrez: Vuole prendere dalle tue mani le prove e ha detto che vuole parlarti.

Achille: Vuole solo uccidermi, lo sai bene.

Padre Gutierrez: Tra poco sarà qua con i 600 mila dollari e io ti imploro di andare via. Di lasciar perdere tutto. Abbandona questa storia, ti prego. Riguarda Giorgio, riguarda il capitano Alonso, riguarda me che non ho avuto il coraggio di oppormi trenta anni fa e sono stato trascinato dentro.
Cosa c’entri tu? Il tuo ricatto non ha senso, stai scoprendo solo una belva e non puoi pensare di non essere azzannato. Vai via figlio mio. Vai viaaaa.

Achille va a sedersi

Achille: Troppo tardi.

Padre Gutierrez: Sei armato, almeno?

Achille: Che domanda padre? Venire armato in questa casa per convalidare la tesi del mio essere un ricattatore.

Padre Gutierrez: Come pensi di andare via dopo che il capitano Alonso ti ha consegnato il denaro.
Achille: Non lo so. Spero nella provvidenza. Spero in un pentimento del colpevole. Spero in una forza divina che possa squarciare il cielo. Forse non spero e sono solo confuso.
Voi siete armato padre Gutierrez?

Padre Gutierrez: Io non ho necessità di essere armato perché sono stato indirettamente un suo complice. Sono stato stordito dalla sua compassionevole parte di padre, dal suo pentimento in punto di morte. Ho creduto nella sua redenzione. Poi sei arrivato tu e hai affermato che per ogni redenzione è necessario pagare un prezzo. Ed io ho tremato per la mia stessa coscienza. Ora sono qui ad aspettarlo. Ma voglio aspettarlo da solo e voglio che tu possa distare da lui mille miglia. Lascia che io sia solo ad aspettarlo.

Achille: Lo aspetteremo in due.

Padre Gutierrez va a sedersi anche lui. Un breve silenzio scandito solo dal rumore dell’orologio a pendolo.

Una situazione di attesa, buio totale in scena. Si sentono due spari. Lentamente ritorna la luce in scena. Stanno seduti padre Gutierrez allo stesso posto e il Capitano Alonso al posto di Achille.
Scena 3°

Alonso: Tutto ormai è ritornato al suo posto. Questa casa per un attimo mi era sembrata crollarmi addosso.
Quattro mesi di interrogatori ho subito. Anche i vecchi amici parevano tutti abbandonarmi. Io che avevo fatto tutto per loro. Lo stesso generale Gomez arrivò a dirmi: “se spunta una qualche prova io dovrò abbandonarti”.
Capisci!? Lui, più colpevole di me di mille delitti che diceva a me che mi abbandonava in quanto colpevole.
Ed io ho avuto paura. Paura, perché come uno stupido avevo perso quella busta, quella unica prova che quello stupido arrogante mi aveva mostrata.
L’avevo tenuta nelle mie mani, aperta, visto il contenuto di quei cinque capelli e quello straccetto che a suo dire era sporco di vecchio sangue.
L’avevo addirittura richiusa e poi quando ho sparato sono caduto in confusione, come un soldatino che spara per la prima volta. Sono corso nell’altra stanza per chiamare la polizia, poi….poi al mio ritorno rovisto nelle mie tasche e non trovo la busta, cerco come un disperato per tutta la stanza niente, intanto la stanza si riempiva di gente.
C’eri tu, c’era Giorgio, c’era Cristina, arrivarono immediatamente due poliziotti. Quel solerte e imbecille Sergente disse: che non potevo stare nella stanza perché io ero il maggiore indagato, non potevo certo continuare a cercare.
Quello che sarà accaduto in quei pochi secondi continua a torturarmi, nonostante siano passati quattro mesi.

Padre Gutierrez: Allora non è ritornato tutto a posto?

Alonso: Questo dovresti saperlo anche tu.

Padre Gutierrez: Continui a pensare che quella busta l’abbia presa io. In questi quattro mesi continui a lacerarti il cervello con questo dubbio nei miei confronti. Io, il tuo confessore, cosa dovrei farmene di quella busta?
Pensi che anch’io possa ricattarti? Pensi che io in qualsiasi momento possa diventare come Achille.

Alonso: Non sto dicendo questo. Ma se uno di quei poliziotti avesse trovato quella busta l’avrebbe allegata agli atti, anche perché non poteva capire di che cosa si potesse trattare. Non poteva conservarla per ricattarmi non comprendendone il contenuto.
Se la busta l’avesse trovata lo stesso Giorgio, in qualche modo l’avrebbe consegnata alla polizia o a me non comprendendone il contenuto. Lo stesso comportamento logico avrebbe avuto Cristina. Mi chiedo…

Padre Gutierrez: Ti chiedi da quattro mesi, per esclusione, che l’unico a conoscere gli eventi ero io e pertanto posso essere l’unico a potere utilizzare quella busta. Perché io sono l’unico che sa qualcosa di te. Sei sicuro che io sia l’unico?
Mi pento di averti dato una mano quella sera di trenta anni fa. Questo rimorso mi accompagnerà per il resto della mia vita. Ma tu non senti rimorso, sei stato tante volte di fronte alla morte, hai provato paura in quel momento e poi subito dopo, appena lei si è allontanata sei ritornato quello che eri senza alcun rimorso. Ti suggerisco un rimedio alle tue paure: fai fuori anche me, eliminami. (Padre Gutierrez si è alzato e si pone davanti ad Alonso) Spara pure un’altra volta, potrai dire che il tuo confessore ti stava rubando qualcosa? Ti stava rubando il senno.
(Esce di scena)



Scena 4°

Resta solo in scena il capitano Alonso

Alonso: Sei andato via vecchio prete? Mi lasci solo.
Sono rimasto solo io il più cattivo sulla scena. Il più orrido, l’essere senza scrupoli. Io che non tremo per i miei delitti ma per un mio gesto di bontà.
Se quel niño l’avessi ucciso, come avevo fatto con sua madre, non avrei avuto nessuna persecuzione oggi. Avrei fatto i conti solo con la mia coscienza, avrei implorato il perdono al tuo Dio e tutto sarebbe rimasto chiuso nel silenzio.
Ma quel gesto di bontà che per un attimo mi ha perversamente pervaso ha determinato una indecisione perenne della mia esistenza.
Tu stesso, prete hai detto che il bene fatto a quel niño mi avrebbe in qualche modo redento, e oggi ti diverti a tenermi sulle spine. Mi avverti che altri potrebbero sapere. Mi suggerisci di eliminarti. Eliminarti, così dovrei presentarmi nell’aldilà con un altro delitto: l’aver soppresso un ministro di Dio. Così, per un atto di bontà che abbiamo compiuto insieme tu guadagneresti una sicura santità ed io l’eterna dannazione.
E la busta? Nel frattempo la busta potrebbe saltare fuori dopo la tua morte, magari in una cassetta di sicurezza accompagnata da una lettera di spiegazioni.
No, no, non ha senso. Debbo accettare che sia tutto a posto anche se niente è a posto. Debbo restare dentro questa instabilità perenne, perseguitato dall’ombra di Achille.

Entra come un’ombra Giorgio

Alonso:(terrorizzato) Sei tu…? Come può essere…? (poi quando la figura di Giorgio si evidenzia, si libera dal terrore dicendo) Per un attimo…

Giorgio: Per un attimo?

Alonso: Niente, pensavo fosse rientrato padre Gutierrez. E’ andato via. (riprende il suo tono consueto di padre autorevole). Prima di andare via, ha detto che è meglio celebrare il vostro matrimonio l’ultimo sabato del prossimo mese. Credo che per voi vada bene. Credo che sia tutto a posto con gli annunci da fare.

Giorgio: Tutto a posto. Ma…

Alonso: Ma cosa?

Giorgio: Mi sembra affrettato questo matrimonio.

Alonso: Ma siete fidanzati da due anni. Cosa c’è? Qualcosa che non va? Un'altra donna, ti sei lasciato traviare da un’altra donna? Non va bene se si è fatta una promessa. Cristina è una brava ragazza e poi c’è sempre spazio per altre donne, ma una moglie non è facile da trovare. Una buona moglie non è facile da trovare.

Giorgio: Non è questo.

Alonso: E cos’è? E’ lei che ha trovato un altro uomo? E’ così? Bella sgualdrina che si è rivelata.

Giorgio: Basta, non è questo. Sono io che voglio rimandare.

Alonso: Ora che ho dato l’anticipo per il ricevimento. Hai idea di quanto ci perdo per questa tua indecisione?

Giorgio: Non siamo poveri.

Alonso: Non siamo poveri e possiamo buttare il denaro al vento. Hai idea di come si guadagna faticosamente il denaro? Hai idea tu, che ancora non hai cominciato a sudarlo?

Giorgio: Sì, ho idea del valore del denaro. E non capirò mai perché avevi prelevato 600 mila dollari quattro mesi fa e li tenevi sul tavolo in un pacco.

Alonso: (con voce alterata) L’ho spiegato centinaia di volte, sta in tutti gli atti del processo. Dovevo acquistare la tenuta dei Cordella, eravamo d’accordo per quella vendita che si sarebbe concretizzata a breve. Anche i Cordella l’hanno testimoniato in tribunale. (poi, quasi gridando) Cosa ti frulla nella testa?

Giorgio: I Cordella non te l’hanno più venduta la tenuta.

Alonso: Ci hanno ripensato sul prezzo e l’affare è andato a monte. Ti sembra difficile credere a questo? Ti sembra difficile credere a tuo padre. Cosa c’è, non sono tuo padre? Non ti ho tenuto per mano per tutti questi anni? Ti ho fatto mancare niente? Ti è mancato qualche volta il mio sostegno, il mio affetto, non ti ho tenuto sul palmo della mia mano come una divinità? Ho continuato a parlare di te come l’essere più importante della mia vita dopo la scomparsa di tua madre.

Giorgio va a sedersi e porta le sue mani verso gli occhi.

Alonso: Cosa c’è? Ti stropicci gli occhi come un bambino. C’è ancora quel fantasma di Achille che ci perseguita. Non ti è bastato un processo? Non ti è bastato vedermi sul banco degli accusati? Io che ho dovuto difendermi da un furto ad opera di una persona a cui davo fiducia.

Giorgio: Ha continuato a dirmi mentre moriva: “sono io la prova, sono io la prova”.

Alonso: La prova di che cosa? Che significato vuoi che abbiano quelle parole? Ha voluto salvare la sua immagine mentre moriva, non era facile ammettere che era un ladro. Ti ha confuso la mente fino all’ultimo momento della sua vita. Trova un modo per allontanare questo fantasma. Sposati Cristina o ancora meglio un’altra donna che ti faccia dimenticare quel fantasma, fai un viaggio, cercati una qualche distrazione; ti servirà a dimenticare quell’episodio, ti servirà a cancellare l’immagine di quella serpe che covavamo in casa. Occorre guardare al presente e al futuro. Dimenticare per continuare a vivere, è un dovere verso noi stessi.

Giorgio: Ma chi siamo noi?

Alonso: (quasi gridando) Tieniti per te questa domanda. Non riuscirà nessuno a portarmi fuori di testa. Nessuno. Nessunoo.

Alonso esce di scena, resta Giorgio sulla scena, il sipario si chiude lentamente.
Scena 5°


Il sipario si riapre con la terrazza della casa di Cristina, la scena è vuota di personaggi, entrano dopo pochi attimi Cristina seguita da Giorgio.

Cristina: Entra, mettiamoci al sole. Vuoi bere qualcosa.

Giorgio: Qualcosa di fresco.

Cristina: La limonata è la bevanda più fresca che c’è su questo tavolo.

Giorgio: Va bene.

Giorgio prende il bicchiere che gli porge Cristina.

Cristina: Ci vuoi del ghiaccio?

Giorgio: No, va bene così. (si appresta a bere come un assetato)

Cristina: (dopo un attimo di silenzio, ricordando della visita di Achille) E’ stato così!

Giorgio: E’ stato così, cosa?

Cristina: Niente.

Giorgio: C’è sempre un “niente”, da qualche tempo tra noi.

(scorre un breve interminabile silenzio)

Cristina: Sei venuto qui per dirmi qualcosa d’importante?

Giorgio: Volevo dirti che mi sembra giusto rinviare la data del nostro matrimonio.

Cristina: Anche a me sembra giusto.

Giorgio: Anche a te sembra giusto? Ma questo rinvio non si sa dove ci può portare; da qualche tempo i nostri sentimenti si sono come piegati.

Cristina: Può portare a lasciarci.

Giorgio: E’ questo che desideri, desideri che finisca?

Cristina: No.

Giorgio: E allora?

Cristina: Ho paura.

Giorgio: Paura di che cosa, perché?

Pausa. Cristina non risponde.

Giorgio: Non puoi dirmelo o non vuoi dirmelo? Mi tratti come un niño.

Cristina: Sì, è vero. Ma sono anche io una bambina che ha paura.

Giorgio: (si alza e con voce alterata) Si tratta di Achille. Devi dirmi qualcosa su Achille. Cosa c’è? C’era forse un patto tra voi due che io non debbo conoscere?
Qualcosa che riguardava quel gesto commesso da Achille. Qualcosa che io non capisco e che mi sta tarlando il cervello. Non capisco quella quantità di denaro in biglietti da cento sparpagliata per la stanza. Cosa stava chiedendo Achille a mio padre? E perché continuava a dirmi prima di morire, che lui era l’unica prova? C’era qualcosa tra voi due che io non conosco? Cosa voleva? Voleva impossessarsi di quel denaro per fuggire via con te? Cosa c’era? (pausa breve)
Molto tempo addietro avevo percepito che tu ti stavi innamorando di lui, poi il tuo successivo comportamento fece fuggire ogni mio dubbio e ogni sentimento di gelosia. Dopo la sua morte è iniziato una specie di gelo tra noi due che non riesco a spiegarmi.
Io mi sono sempre fidato di voi due, ma ora sono disposto a conoscere qualsiasi verità.

Cristina: (si alza e grida disperatamente) Nooo.

Pausa di silenzio, Giorgio torna a sedersi come sconfitto.

Cristina: (si allontana, esce e torna con una busta in mano e la posa lentamente sul tavolo).

Giorgio: (che osserva la busta) Cos’è?

Cristina: Questa busta contiene il motivo della morte di Achille. C’era un patto tra me ed Achille ma di natura ben diversa di quella che tu hai pensato. Se lui moriva dovevo raccontarti tutto. Ed io per quattro mesi non ci sono riuscita. Ho avuto paura ed ancora ne ho oggi. Non so cosa potrà accaderci. Tu sei disposto ad ascoltare qualcosa di tremendo?

Giorgio: Sì.

Cristina: Ed io ora ti racconterò, sarà difficile quello che verrà dopo per noi due, ma ti racconterò la storia di un niño.

Si abbassa la luce e si chiude lentamente il sipario.

Fine

note e segnalazioni pervenute
- da parte di Fabrizio e Nicola Valsecchi - autori di "Giorni di neve, giorni di sole" - romanzo biografico sui desaparecidos 
... cogliamo l’occasione per farle i più sinceri complimenti per l’intensissimo dramma in due atti “Storia di un Niño”.
Vicende come quelle che hanno toccato Giorgio, Cristina, il loro amico Achille e anche carnefici come il Generale Alonso e padre Gutierrez sono purtroppo capitate veramente nei drammatici anni della dittatura militare.
La sua scrittura asciutta e lineare rende sicuramente benissimo il clima e i fatti  dell’epoca, offrendo così al lettore, attraverso uno spaccato di vita fedelmente trasmesso, uno scorcio di realtà da non dimenticare.
Nel nome di identità, verità e giustizia, troppe volte calpestate e annichilite nelle molte “Argentina” che abbiamo purtroppo dovuto conoscere.
Cordiali saluti.
Fabrizio e Nicola Valsecchi