Home page - Grovigli di parole è un blog curato da francesco zaffuto

Il silenzio e le voci


ricordo il silenzio e le voci di una mia lontana gioventù


Silenzio


Con cupa grandezza
al di qua e al di là
dei mondi padroneggi
Tra mute parole
scorrono le ombre



Lontano

Lontano spazia nel tempo
calore sperduto nell’aria
gelida
arida
o peggio
E spazia nel tempo
ascoltando lontanamente
un grido di solitudine


Latrato

Latrato nella notte
sveglia l’animo
ai vivi notturni
adorna il silenzio
di singolare monologo



Una voce

Da lontano
s’ode qualcosa
non si distingue
forse un suono
o una voce
Ora nulla
Ora di nuovo
insistentemente
E mentre
ancora una volta
si allontana
dolorosamente
non si placa


dalla raccolta Vento da queste parti

immagine -  il silenzio – Johann Heinrich Fussli

terra aspra



sul finire degli anni sessanta la mia terra la sentivo così, e bruciavo anch’io come le risctucce

Terra

Terra mia ca si suli abbrusci
terra ristucciusa e scarna
‘ngrassata di focu e di petri

Curri intra lu giallu la strata
terra di sulu terra fatta


Fiumara

Intenso gorgoglia
dal monte e scende a valle
lieto ricurva tra dolci pendii
par morto alla piana
 Non giunge al mare
fangosamente sparisce



la rabbia

La rabbia che io
nascondo in cuore
si spande
tra  gli aridi colli della mia terra
Sta secca
come le ristuccie
in luglio
già falciate
Aspetta i fuochi d’agosto

Antica
muta
scontrosa
tra le calde pietre
a mezzogiorno

dalla raccolta Vento da queste parti

Lontanissime



Dai sedici ai venti anni le mie donne erano lontanissime

Immagine

Immagine avulsa in un tocco di luce
tra due filari di nebbia si spegne
lenta
Vago ricordo di dolci sembianze

Sogno

Sogno di un amore che sfoca
Il caldo fa soffrire le membra
mentre la mente si gela
Occhi non vedono occhi
Ora stanno soli
dispersi nell’immenso


Lei

Reale
calda
viva visione
che trapassa dal pensiero
e s’incarna in colore
sapore
e luce

Iris

Due strani occhi
d’intarsiato quarzo
limpido
zurognolo
come gorgoglianti acque in piena di un ruscello
Colori che  s’incrociano in una celeste armonia
Occhi
che meraviglia danno
a chi solo li guarda
e confuso tormento
a chi in loro cerca qualcosa

dalla raccolta Vento da queste parti

Mangia la luna


 Nicuzzu arrancava dietro il passo degli uomini che dopo una dura giornata di lavoro nei campi tornavano in paese, stava appresso all’ultimo della fila che era suo padre. Quel giorno Nicuzzo aveva tanto insistito per recarsi nei campi insieme a lui e il padre per quella volta non era riuscito a dire di no. Per l’intero giorno tagliò curvo con la falce e il bambino per l’intero giorno stette a correre dietro le farfalle e alle serpi e poi scoprì i gelsi neri.
“Pà, si mangianu chissi?”
“Prova”
Nicuzzo provò  a mangiarne uno,  ed anche se il sapore inizialmente era aspro poi spandeva in bocca una piacevole dolcezza. In poco tempo le sue mani divennero di sangue bluastro e anche il suo volto si disegno della strana guerra d’aver mangiato tanti gelsi neri.
“Ora basta,  se no ti viene il mal di stomaco” gridò suo padre.
 Sulla strada del ritorno Nicuzzo si attardò a raccogliere delle nespole amare nonostante il padre lo richiamasse a camminare e a non perdere tempo.
 “Pà, si mangianu chissi”
 “Prova”
Diete un morso ad una delle nespole e:  “ … puu … pu …. su allappusi”.
“Ora su allappusi, ma fra un paio di mesi saranno dolcissime”
“Ci voli tiempu!”
“Bravu ci voli tiempu. E ora camina ca si sta faciennu scuru” disse il padre stanco di badare alle soste di Nicuzzu.
“Si  ci fai perdiri tiempu, la prossima vota ti lassu cu tua matri”. 
 Gli uomini che stavano davanti ridevano nel vedere l’ultimo della colonna alle prese con le sciocchezze del suo bambino.
 Intanto imbruniva e una grande luna si alzò dalla collina, piena  e luminosa. E Nicuzzo guardò il suo splendore e gridò: “Pà , si mangia la luna?”
E il padre rispose: “Sì, si mangia, a feddi a feddi”.
 Gli uomini della colonna risero tutti e per tutta la vita Nicuzzo si chiamò  “Mangia la luna”.
Ma Nicuzzo quella sera non disse più niente ed accettò  la spiegazione del padre,  coincise per qualche anno con la sua fantasia;  ne era certo per le diverse fette che andavano mancando come se gli invisibili angeli nel cielo si nutrissero di quel pasto; e poi Dio ogni volta lo ricostruiva per loro.

francesco zaffuto  - “dai racconti di mio padre”

... dalla notte alla notte



L’alba

La  notte va verso l’alba
ma il giorno ancora senza luce

Non è notte
né giorno

da un leggiero grigiore
il risveglio


D’altra parte

Soffoca il sole
fra le nubi
gioca con esse coi suoi raggi
cadendo ad ovest

D’altra parte
oggi è finito


Notte

A volte cali placida e serena
più volte tetra e minacciosa
Sempre avvolta
in un oscuro mistero
che smorza
agli esseri il respiro

dalla raccolta Vento da queste parti

Vento da...




Vento da...


C’è sempre vento
da queste parti
intreccia e scioglie i tuoi capelli
come le cime degli alberi
che ondeggiano al suo alito
S’ode un fruscio ed è
come una musica
che si scioglie dalle tue labbra

C’è sempre vento
da queste parti
ma ora manca qualcosa
Soffia
sembra un lamento che asciuga l’anima
Ho sete!

C’è sempre vento
da queste parti
le foglie sono volate via tutte
gli alberi sono rimasti strani
ma per loro ci sarà una nuova primavera

C’è sempre vento
da queste parti
che porta via il tempo
di una vita

dalla raccolta Vento da queste parti

... del tempo




La strada


La strada avanti
la conta dei passi
che vanno all’indietro

Chissà che ore saranno?


Ore


Ore tristi al trapasso
Una cede all’altra

Ecco
la sopraggiunta l’uccide

Tempo


Entra non chiede permesso

ti annoia
ti stanca ti martella
scandendo il suo passo

Poi va via
senza salutare


dalla raccolta Vento da queste parti

L'ABITO


Come il racconto  La vitturina del ‘56anche questo è legato alla memoria di mio padre; è una delle storie che mi raccontava,  il personaggio in qualche modo era esistito e si conservava memoria di un paio di frasi che qui vengono riportate.

L’abito

 Dalla porta a vetri del salone si poteva  ben guardare tutta la piazza, rettangolare, lunga, distesa,  con il suo ampio marciapiede, la strada che lo costeggiava, il terrazzo del municipio, la scalinata che portava alla chiesa, e i vecchi seduti e appiccicati alle entrate dei due circoli, quello dei nobili e quello comunista.  
 Mentre Pinuzzo, il barbiere, insaponava la faccia di Carmelo, Salvatore scrutava fuori osservando il passeggio: “vedo don Vito che si sta dirigendo verso il salone, preparati perché tiene la barba lunga”.
“Ti sbagli proprio” disse Pinuzzo “verrà qua tra sette giorni, quando la barba sarà ancora più lunga. Se la fa radere solo due volte al mese. Arriva, mi fa sprecare una cartata di sapone, mi fa lavorare quanto tre barbe e mi paga una barba sola e si guarda bene dal dare una mancia al ragazzino che lavora in bottega. Sono le undici e a quest’ora andrà a leggersi il giornale a sbafo”.
 “Vero è” disse Salvatore “si è andato a posizionare davanti alla bacheca del circolo comunista a leggere l’Unità. Ma non è democristiano!?”
“Fottutissimo democristiano è” disse Pinuzzo “ma la sua tirchieria gli impedisce di comprarsi il giornale”.
“E non se lo può andare a leggere gratis al circolo dei nobili, comodamente seduto?” disse Carmelo con la sua bocca un po’ colpita dal sapone.
“Figurati! Quelli del circolo dei nobili appena lo vedono gli ricordano che deve pagare la quota; e lui forse l’ultima che ha pagato risale a quando c’era il Re, ora è da quindici anni che abbiamo la Repubblica. Io glie l’ho chiesto. Come fa don Vito a fidarsi di quello che dicono nel giornale i comunisti? E lui, sorridendo come sa fare, risponde: ma tengo la testa e interpreto al contrario quello che dicono.  L’altro giornale a sbafo che legge è  l’Espresso che io tengo nel salone. Si siede, e se ci sono altri clienti li fa passare avanti, e legge.  E che debbo fare,  lo debbo cacciare!?”, concluse il barbiere un po’ innervosito.
“Calmati Pinuzzo e non mi tagliare con il rasoio” disse Carmelo che sentiva la lama sul collo “piuttosto, don Vito i capelli da te se li fa tagliare?”.
“Per Natale, Pasqua e per la Madonna Assunta” imprecò Pinuzzo.  “E poi dice sempre: corti, corti, vai su con la macchinetta. In pratica gli faccio una rapata come quella che si fa ai militari di leva.”  Cominciarono a ridere tutti e tre; poi Salvatore aggiunse: “ma quella razza di vestito grigio che tiene sempre addosso, liso, con le maniche quasi sdrucite. Possibile che con tutti i soldi e le proprietà che tiene non ne compra un altro? Da che mi ricordo io è sempre lo stesso vestito. Dovrà pure cambiarsi, dovrà pure lavarlo una volta tanto. Tu,  che sei il barbiere,  e ti avvicini alla persona, non senti puzza di questo vestito?”
 Pinuzzo stette soprapensiero e poi: “a dire il vero è una persona pulita e non emana cattivo odore, ma concordo con voi, il vestito è sempre lo stesso, pulito ma sempre lo stesso.”
“E come si spiega?” disse Carmelo “magari ne ha due, tutte e due grigi e tutte due sdruciti”.
“E’ un mistero insolubile!” sospiro Salvatore.
“Basta chiedere in lavanderia” disse una vocetta, ed era quella del ragazzo di bottega che aveva sentito un po’ divertito tutta la discussione.
“E’ vero” disse Carmelo “vedete che la voce dell’innocenza è più saggia di noi”.
“Ma voi però siete curiosi forti” disse Pinuzzo, e ripresero a ridere.
Ed era vero, la curiosità a Carmelo e Salvatore gli rosicava il cervello, e quando uscirono dal salone si avviarono verso la lavanderia di Mariangela.  Salvatore già da un pezzo faceva il filo a Mariangela, non passava giorno che non portava da lei qualche camicia e ne aveva giusto una da ritirare.
“Senti, Ngiluzza, ti offendi se ti faccio una domanda riservata?” disse Salvatore.
“Dipenne” disse la ragazza con un sorrisetto quasi malizioso.
“Dimmi na cosa, ogni quanto don Vito porta il suo vestito a lavare in lavanderia”.
“Don Vito! E cu è?”
“Non lo conosci! Possibile! Senti, chiama a tua madre, magari lei lo conosce”.
Mariangela che si aspettava tutt’altre domande da Salvatore, e un po’ scocciata, andò a chiamare sua madre, e l’Assunta arrivò un po’ tutta accaldata dalla stireria.
“Mi deve scusare Signora” disse Salvatore con aria deferente “volevo fare una domanda indiscreta”.
“E io la risposta te la do subito. La devi smettere di girare attorno a mia figlia, a meno che non hai intenzioni serie”.
“No, no, certo, certo. Ma di questo parliamo in un altro momento. Era un’altra cosa che volevo chiedere”.
“Parla” disse l’Assunta con aria sbrigativa.
“Mi può dire ogni quanto don Vito porta qui a lavare il suo vestito”.
“Don Vito!? Ma don Vito non ha mai messo piede qua dentro. Se poi considerate che questa è la sola lavanderia che c’è in paese, non so proprio come fa. Sicuramente si lava tutto da solo, e deve avere un sistema di lavarisi anche il vestito. Se lo vedete me lo salutate, gli chiedete come fa e poi me lo venite a dire”. Li lasciò storditi e se ne ritornò nell’altra stanza per riprendere a stirare. Carmelo e Salvatore precipitarono in un buio ancora più fitto. Più volte capitò di parlare insieme di quel mistero e tutte le volte non ne vennero a capo.
 Pur dentro il suo vestito grigio e sdrucito, don Vito aveva un modo elegante di porgersi, di dialogare, di camminare con la sua alta e legnosa statura. Uno dei pochi costosi  vizi che si concedeva era quello di bere un caffè nel bar centrale della piazza, alle dieci in punto del mattino, il solo caffè della giornata, rigorosamente stretto e amaro.  Se lo sorbiva lentamente assaporando.  E una mattina alle dieci in punto anche Salvatore e Carmelo andarono a prendere un caffè.
“Come vanno gli studi?” disse don Vito rivolgendosi a Carmelo.
“Gli ultimi tre esami, don Vito e poi la tesi”.
“Bene! E poi la laurea, e poi le cause, i litigi e qualche soldo da guadagnare sui litigi. Non mancano liti nel nostro paese. E prima o poi ti verrò a trovare anch’io”, disse don Vito, che amava chiacchierare con i giovani e  a loro si rivolgeva sempre con cordialità. Ma quell’impudente di Salvatore approfittò di quel momento di cordialità  per porre a don Vito la domanda che poteva risolvere il mistero: “Mi deve scusare, don Vito, posso fargli una domanda indiscreta?”.
“Maleducata vuoi dire?” disse don Vito sorridendo.
“Quasi maleducata.” disse Salvatore ricambiando appena al sorriso.
“Falla” disse secco don Vito.
Salvatore inspirò aria per prendere coraggio e poi: “Voi don Vito, siete una persona ricca e …” e Salvatore s’inceppò e non seppe andare avanti.
“E … e certu  “ fece do Vito “lo puoi dire benissimo, se scendi dalla contrada del Vallone tutte quelle terre sono mie e qualche frutto lo danno”.
“Ecco, dicevo” fece Salvatore, aiutato dalle ultime frasi di don Vito “come mai voi così ricco non vi comprate nuovi vestiti?”
“Vuoi dire,  come mai vado in giro con lo stesso vestito”, disse don Vito con un tono che era diventato leggermente acido.
“Beh … sì” disse timorosamente Salvatore, mentre Carmelo voleva sprofondare per la brutta figura e la mancanza di rispetto in cui lo stava precipitando il suo amico.
“Bene cari ragazzi, voi sapete il detto che l’abito non fa il monaco. Anche se poi tanta gente indossa abiti nuovi per vantare la loro persona e farsi credere più importanti di quello che sono, poi in definitiva restano quello che sono. Voi lo sapete che io sono nobile di nascita, facoltoso, ricco e che mi posso comprare parecchio degli altri se voglio. Ma sono risparmioso,  mentre voi siete scialacquati e per questo motivo poveri siete e poveri restate.” Finito di parlare alzò la mano destra facendo un cenno che poteva essere insieme una benedizione, un saluto ed anche un basta . 
 Salvatore restò un po’ a bocca aperta, Carmelo si riprendeva a stento dal rossore che le domande indiscrete di Salvatore gli avevano provocato e disse: “E bravo, abbiamo fatto la figura dei minchioni”.
 Solo raramente parlarono di nuovo di don Vito, il mistero continuò a restare insolubile e pesava. Non poterono però fare a meno di raccontare tutto a Pinuzzo il barbiere che disse: “E forse che ci avi ragione quel fottutissimo di don Vito.  Uno si deve vestire bene e di lusso in posti dove non è conosciuto, per fasi apprezzare,  altrimenti sei considerato un pezzente. Mentre nel posto dove ti conoscono tutti basta essere dignitosi e puliti. Mi pare che il ragionamento fila, eccome se fila. Però don Vito è sempre un fottutissimo ricco e democristiano.”
 Alcuni mesi dopo Carmelo si recò a Palermo per discutere la sua tesi di laurea, aveva rifiutato di essere accompagnato dal codazzo dei parenti dicendo che si sarebbe trovato a disagio con tanti che lo guardavano, ed aveva accettato solo la compagnia del suo amico Salvatore.  Il punteggio di Laurea era stato vicinissimo al massimo, ciò gli aveva lasciato l’amaro in bocca, ci teneva tanto a quel massimo dei voti e non esserci arrivato per un paio di punti aveva il sapore di una beffa. Passeggiando su via Maqueda con Salvatore ora sentiva allontanarsi l’amarezza ed arrivare il senso forte di alleggerimento, la perdita di peso, lo stordimento del trovarsi di botto in un’altra realtà, non era più uno studente, lo era stato per un’intera vita. E ora?
“C’è don Vito” quasi gridò Salvatore che lo aveva scorto di lontano;  avanzava con un foglio di carta bollata arrotolata a tubo e con l’alta andatura di un antico senatore romano, la barba era rasata di fresco, ma il vestito era sempre lo stesso, grigio, liso e sdrucito. Quando fu vicino a loro s’illuminò di quel confidenziale sorriso che sorge spontaneo a chi incontra in città un suo compaesano.
“Don Vito, anche voi qua!?” disse Carmelo.
“Scommetto che ti sei laureato”.
“Proprio oggi stesso, usciamo appena adesso dall’Università”
“Ti posso chiedere con che voto?” disse don Vito.
“Centotto su centodieci” rispose Carmelo con un sospiro.
“Si capisce che sono stati cornuti i tuoi professori. Ma bisogna festeggiare lo stesso, venite a bere qualche cosa con me, a fare un brindisi di buon augurio”, disse don Vito con aria amichevole e compiaciuta.
 Salvatore e Carmelo erano sbalorditi, don Vito che rompeva la sua tradizionale avarizia e che li invitava a bere, era impossibile rinunciare a un simile invito. Entrarono in uno dei più lussuosi caffè di Palermo e don Vito ordinò spumante per tre, e verso il cameriere aggiunse: “il migliore”. Conversò con loro per altri cinque minuti, poi pagò e disse che li doveva lasciare perché doveva portare quella carta bollata in un ufficio. E Salvatore che non se la potette tenere neanche quella volta, disse: “Si ricorda don Vito che mesi addietro gli feci una domanda maleducata sul vestito?”
“Sì, mi ricordo”
“E lei rispose che non aveva bisogno perché in paese lo conoscevano tutti”.
“Certo. Ma vedi qua a Palermo me ne fotto, perché non mi conosce nessuno”. Con la sua mano benedicente li salutò e li lasciò di stucco.
12/03/13 francesco zaffuto

immagine - acquerello - spaventapasseri e tronco d'ulivo

R RARITA’ (Non dizionario)


Per definire un evento raro, che difficilmente poteva accadere o che poteva accadere con tanta distanza nel tempo, a Roma si diceva::
“ad ogni morte di Papa”.
Da oggi si di dirà “ad ogni dimissione di Papa”.
Grazie all’annuncio di Benedetto XVI di voler lasciare la carica papale il 28 febbraio 2013  si può dire che è cambiato il modo di definire la RARITA’.
La Rarità è qualcosa di possibile ma che difficilmente accade. Oggi tutti i giornali e TV parlano di rivoluzione e rinnovamento e chiosano e spettegolano su un gesto bello e di buon senso di un uomo che si rende conto della sua vecchiaia e dei limiti della materia del corpo.
Parlano di gesto rivoluzionario, ma se leggiamo il diritto canonico era ben previsto, ecco l’articolo che sta applicando il Papa:
Can. 332 - §1. Il Romano Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l'elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. Di conseguenza l'eletto al sommo pontificato che sia già insignito del carattere episcopale ottiene tale potestà dal momento dell'accettazione. Che se l'eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato Vescovo.
§2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.
Allora dove sta la Rarità del gesto di Benedetto XVI, sta nel fatto che altri Papi non lo hanno mai fatto, e che tantì uomini di potere si guardano bene dal fare.  Il suo gesto di grande umiltà va nella direzione del riconoscimento dell’uomo, delle sue fatiche della sua uguaglianza con gli uomini.
Non posso che fare un augurio a  Joseph Ratzinger di concludere serenamente gli ultimi anni della sua vita.
11/02/2013 - francesco zaffuto

addio a una farfalla


è immensa la tristezza quando muoiono pezzi di futuro
In questo fine anno mi ha colto di sorpresa la morte della figlia di un mio nipote
La morte, si sa, ci fa tanta compagnia che preferiamo non parlarne,
ma quando spezza
per una guerra
o per un incidente
o per malattia
una giovane vita
è enorme lo strazio di chi perde un figlio.
Mi è difficile oggi dire buon anno
in qualche modo lo dico lo stesso
buon anno
per aver cura dei fiori
e dei figli di questa terra

C Clochard (Non dizionario)


 Clochard è una parola francese ormai entrata in uso frequente nella lingua italiana.  In francese deriva da cloche (campana) . Pare che anticamente venisse usata per indicare gente del volgo vestita in modo trasandato ed anche un po’ suonata. Una parola un po’ offensiva che ormai viene usata per  indicare un’intera specie umana.
 In italiano la parola francese sembra addirittura elegante: vuoi mettere chiamare qualcuno vagabondo, barbone, accattone, senzatetto,  senzalavoro,  povero, suonato di testa, stravagante, disgraziato; gli dici clochard ed hai fatto un riassunto emblematico. 
 Con questa parola “riassunto” pare che quella persona si sia scelta  una professione particolare. Sì,  la cattiva  sorte lo ha colpito, ma il disgraziato pare che per scelta esistenziale voglia fare  il clochard.  Magari qualche rarissimo caso ci sarà, ma quando batte il freddo nessuno vuole fare il clochard.
 Chi problemi no ne  ha con la parola “riassunto” è riuscito a lavare la sua coscienza. Anche le stesse autorità competenti,  in dovere di dare una mano a trovare un alloggio o un lavoro o un sussidio, possono benissimo lavarsi le mani dicendo che si tratta di clochard (gli si può anche mettere una “s” e fare il plurale). 
 Ma se diciamo che il clochard fondamentalmente è un povero la parola diventa inquietante perché appena ci manca il lavoro e i nostri mezzi di sussistenza sono finiti diventiamo poveri anche noi. (f.z.)
Immagine – un clochard dipinto da Raffaelli Jean – Francois http://www.artesuarte.it/articolo.php?id=350

Natività


dialogo di Natale

Le lucette …  sì le lucette …
Ma tu che c’entri sei agnostico
La capanna con il bue e l’asinello …
Ma tu che c’entri sei ateo
Il bambinello e la Madonna e San Giuseppe
Ma tu che c’entri  sei di un’altra religione
E la stella e …
Ma tu che c’entri  sei …
In qualche modo sono nato anch’io
Hai portato  una buona novella?
Volevo provarci ma … poi si sono messe tante cose di traverso
Anche quella volta si misero tante cose di traverso e lui ci provò lo stesso
E ora?
Ora il natale è per tutti
… e poi …
…  la vita
…  con tutte quelle cose che si mettono di traverso
…  poi la morte che ci cammina accanto
…  poi di nuovo un Natale per tutti

21/12/12 francesco zaffuto

IMMAGINE

 Fiori Federico (Urbino 1528 - 1612) detto Barocci o Baroccio. "Natività" 1597; Olio su tela, 134 x 105 cm. Museo del Prado, Madrid.
 Questa Natività del Barocci è diversa dai tanti quadri che siamo abituati a conoscere sulla natività, non ce stasi ma un grande movimento dell’azione e della luce. La madre illuminata dalla luce (di una lanterna fuori scena) si sta avviando verso il bambino con le mani aperte come  a prenderne cura. Il padre Giuseppe sta alla porta, semiaperta, sta facendo entrare qualcuno dei pastori ed indica con la mano verso la culla. Il bue è quasi in primo piano ma si nota solo la sua testa e una piccola parte della testa dell’asinello.  Il bambinello rivolge lo sguardo fuori dal quadro come se fosse rivolto a chi sta guardando il quadro. La luce della paglia si diffonde in quella capanna e pare formare una leggerissima aureola attorno al volto della madonna.

ultima foglia




Sta là l’ultima foglia
rinsecchita
accartocciata
rugginosa e testarda
Ha combattuto
contro tutti i venti dell’autunno
e lasciato scivolare su di sé tutte le piogge
Sta là
testimone di una antica stagione di frutti
Si lascerà cadere
nella notte più magica di dicembre
per annunciare un ritorno


11/12/12 francesco zaffuto