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l’uomo che volle farsi robot

Alberto 2.0 
l’uomo che volle farsi robot
questo racconto è stato pubblicato in due puntate sul blog  Arpa eolica, lo inserisco qui tutto di seguito per chi ha la pazienza e la voglia di superare l'angoscia tecnologica.
Alberto 2.0  l’uomo che volle farsi robot
Copyright  © Francesco Zaffuto

Mi chiamo Alberto Rovati (per le altre generalità allego qui copia dei miei documenti) e questa memoria viene presentata a questo Tribunale per dare una rappresentazione veritiera dei fatti accaduti.
  Quando iniziò la storia avevo giusto 30 anni, quell’età in cui si sono fatte alcune scelte  ma tuttavia mancano di fare ancora le cose più importanti per costruire un futuro e non si può più divagare come negli anni precedenti. Ed io avevo tanto divagato: saltellato nei miei studi, nelle mie relazioni sentimentali e nelle mie esperienze di lavoro. In quel momento facendo un inventario mi trovavo in tasca: una laurea di primo livello (quella che chiamano triennale) in filosofia; due corsi di teatro (uno in drammaturgia ed uno in mimo), ed un’esperienza di lavoro particolare e fallita. Ero stato a capo di una compagnia teatrale che aveva messo in scena, in un piccolo teatro sperimentale di Milano, ben 10 spettacoli; ma con spettatori pochi, incassi scarsi, spese notevoli, redditi zero, debiti in aumento. Alla fine chiusura di quell’ampio scantinato che noi chiamavamo teatro, con relativo sfratto e ingiunzione di pagamento per le mensilità pregresse.  Ma quello che più mi mordeva l’anima fu la fuga di tutti gli attori, amici, e le telefonate su telefonate per tentare di riagganciarli e rimettere su la compagnia, e il sentirsi dire più volte: “Ma ormai è meglio lasciar perdere, non è in caso di riprovarci”.
Trenta anni e un curriculum impresentabile. “Cosa ci scrivo? Cosa ci scrivo!”Qualsiasi cosa potessi scrivere in quel curriculum sul mio passato equivaleva a rappresentare il mio fallimento.
 Certo, grazie al cielo nel nostro Paese era già decollato il Minimo Reddito Garantito dallo Stato e non mi trovavo nella miseria più nera; ma era proprio il minimo: 350 monete di cui 200 li spendevo per l’affitto di un solaio al sesto piano di uno stabile, composto di un vano dove mangiavo e dormivo, e di un cesso. Freddo d’inverno ed afoso l’estate. Restavano 150 monete che dovevo far bastare in un mese per qualche yogurt al mattino, un panino a pranzo e una minestra la sera. Diventava un evento fortunato andare a fare una pizza con un amico; al patto da mettere in chiaro, per non avere sorprese al momento del conto, che doveva pagare lui.
 E una sera rividi Tracy per una pizza.
 Sì, capisco, Signor Giudice, che sto omettendo le generalità del mio amico; ma non ve le dirò, dovesse costarmi qualche anno di galera in più; ma si tratta di un mio caro amico e non intendo arrecargli danno, non voglio trascinarlo nella mia disgrazia, non serve a me, non serve alla giustizia, accrescerebbe solo dolore e disagio.
 Fu quella sera in pizzeria che arrivò l’Idea. Stavo addentando lentamente una Margherita, volevo che durasse tanto, erano due mesi che non mangiavo una pizza e per me è il pasto più gustoso.
-Nel curriculum devi mettere quello che loro vogliono leggere e non quello che sei tu. Altrimenti è un disastro – disse Tracy asciugandosi un po’ di schiuma di birra rimasta sulle sue labbra.
Ma non posso inventare cose che poi non so fare, se poi mi chiedono di farle che figura ci faccio. –
- Poi ti arrangi, impari, prendi tempo, ma intanto devi cercare di superare la prima selezione .–
- Ma poi che razza di posto dovrei cercare e dove? Io so solo fare teatro, al massimo posso scrivere, quelle cose che so non interessano a nessuno. Mi arrangio un po’ in cucina ma nessuno mi prenderebbe, non ho un titolo di cuoco e per lavapiatti preferiscono prendere un disperato arrivato da poco in questa città. –
- Devi comunque cercare un settore e batterlo, non disperderti.-
- Ma che accidenti dici! Io non sono un ingegnere come te.-
- Però sei stato un attore, ed anche un bravo attore; un attore può fare tutto.-
- Lascia perdere, ti prego! Questa favola dell’attore non regge, noi attori siamo bravi a entrare nella parte ma siamo solo i fantasmi di queste esistenze. E quando ad un attore gli togli questa qualità di essere un fantasma nessuno lo vuole. Ho cercato anche una piccola parte in un’altra compagnia anche perfino gratis; niente sono chiusi a riccio.-
-Eppure sei bravo.-
- Non posso fare niente, al massimo posso fare il commesso in un negozio puntano sulla bella presenza, mi è rimasta solo la bella presenza.-
- Commesso! Lascia perdere, tempo sprecato.  Nella maggior parte dei negozi del centro li stanno sostituendo tutti con dei robot umanizzati. –
-Hai visto, anche questa remota possibilità sfuma.-
E fu in quel momento che Tracy ebbe come un’illuminazione.
- Perbacco! Tu sei bravissimo come mimo, tu sei stato un robot. Lo ricordo bene in quello spettacolo di due anni fa. Riuscivi a farlo in modo straordinario. Mi sono divertito da matti. Bellissimo! –
-Potrei fare il robot commesso!? –
- Ci riusciresti sicuramente e saresti assunto.-
- Una diavoleria! –
- Sì, ma una diavoleria possibile - concluse Tracy con gli occhi che gli uscivano dalle orbite, perché il lampo di genio che stava ingombrando la sua testa ormai tendeva ad espellere le sue cornee. Il suo viso ormai assumeva una forma surreale e parte della mozzarella della pizza Margherita era uscita dalle sue labbra e stava attaccata a sinistra come a disegnare un grande punto esclamativo.

 Da quel momento fummo presi da una vertigine creativa, il Tracy continuava a dire: - Si può, si può fare. -  E mi strappava il sorriso in quel turbine di creazione. – La maschera la costruisco io – disse Tracy – in laminato sottile ed elegante, perfettamente aderente al volto e alle labbra,  e capace di nascondere l’interno della bocca, anche per i guanti lo stesso laminato, il tutto non ostacolerà per nulla la tua pelle e la sua traspirazione. Tutto in 3d, si può fare. Gli occhi resteranno i tuoi, ma una mascherina di occhiali reflex coprirà occhi e naso, potrai respirare e vedere, senza essere visto né osservato. Per la voce non ti devi preoccupare aggiungerò sul collo, in prossimità della tua gola,  un sensore di deviazione acustico che ti darà una voce metallica simile ad un robot di vecchia generazione. Poi una bella tuta, e per  i movimenti poi ci penserai tu, ti puoi rifare a quel meraviglioso spettacolo di mimo di due anni fa. Saresti assunto sicuramente come commesso robot nel miglior negozio di abbigliamento di Milano, tipo Xora ad esempio. –
-Ma è folle, come farebbero a pagarmi lo stipendio?-
- Questa è la cosa più semplice, lascia fare a me non devi preoccuparti. Chi ti assume pagherà alla Società di cessione che fornisce il robot. Riceveranno avvisi, fatture, e verseranno tramite banca e poi io ti farò avere il tutto sul tuo conto. Tutto avverrà con codici  criptati alla perfezione assolutamente non rintracciabili. Farò in modo che nessuno potrà venire a capo di te e di me.-
 Ovviamente, Signor giudice, io non posso dire niente sul metodo di criptazione del mio amico, perché non sapevo nulla sul funzionamento di quelle diavolerie informatiche e perché anche se lo sapessi non lo direi.  Tracy appartiene a quella fortunata setta d’ingegneri informatici, setta normalmente avida di danaro e potere, ma accade anche che in quella setta ci possa essere un uomo come Tracy che merita tutto il mio rispetto e ammirazione:  generoso, utopista, pervaso da una senso di giustizia e da un senso di libertà; e libero da quell’idea di progresso sempre giusto che domina questa società.
 Tracy riuscì a comunicarmi quell’entusiasmo iniziale che dà la forza di intraprendere una grande avventura; lo sentivo quel vento dell’entusiasmo, lo conoscevo, era quello che mi aveva portato a fondare la mia compagnia teatrale. Ritornavo alla grande in teatro, questa volta nel grande teatro della vita. Si recita a soggetto, si recita L’UOMO CHE VOLLE FARSI ROBOT. Nella storia della letteratura c’era L’UOMO CHE VOLLE FARSI RE, ma i tempi ormai erano cambiati insieme alla perversa società.

  Cominciò così la mia grande avventura.
 Tracy costruì il tutto in venti giorni, ed io per quei venti giorni ripassai la parte nello specchio dell’armadio, nel mio misero monolocale. Alla fine Tracy riuscì a costruire una maschera flessibile eccellente, non mi dava alcun fastidio portarla, anche i guanti non ostacolavano la percezione del mio tatto. La mia pelle traspirava perfettamente grazie a un doppio strato di cotone finissimo e dei finissimi pori invisibili. Gli occhiali erano eccellenti e respiravo perfettamente. Anche la tuta era molto bella, in giallo limone con dei bottoni blu luminosissimi; certo era leggermente rigida ma doveva dare il senso che sotto ci stava qualcosa di metallico, un robot.
 Tutto filava liscio alla perfezione.
Anche dal punto di vista organizzativo non c’erano problemi. Tracy produsse del materiale informativo intestato ad una fantomatica ditta COREX robot umani, e cominciò a tempestare di pubblicità via Web e via mail tutti i più importanti negozi e reti commerciali. Rispose proprio Xora,  il negozio di abbigliamento più in voga del centro di Milano; si dissero interessati al prodotto e manifestavano la volontà di provare. E Tracy inviò il dettaglio dell’offerta.
 Siamo onorati di fornirvi Alberto 2.0  il nostro robot di ultima generazione, perfetto per il ruolo di commesso e capace di: interagire con i clienti per qualsiasi esigenza, ve lo possiamo fornire per 6 giorni, domeniche escluse, per un impegno giornaliero di cinque ore, dalle ore 15.00 alle ore 20,00 con la condizione imprescindibile di lasciare la vostra sede esattamente alle ore 20,00 poiché intendiamo impegnarlo per altra attività. Costo 50 monete elettroniche al giorno. Cauzione 500 monete elettroniche da versare anticipatamente. In prova per tre giorni. La cauzione in caso di Vostra rinuncia vi sarà restituita, l’ammontare dei tre giorni di paga sarà da voi in ogni caso dovuto. Attendiamo la Vostra iniziale conferma e il versamento di 650 in moneta elettronica. Il robot Albert 2.0 si recherà autonomamente presso i Vostri uffici all’indirizzo da voi indicato e potete inviare via file al nostro indirizzo tutte le vostre esigenze per una particolare programmazione. Restiamo in attesa. Cordialmente COREX.
 Mentre come uomo non valevo nulla, come robot di ultima generazione Tracy osava chiedere molto di più di un commesso umano. A me sembrava esagerata la richiesta di Tracy, ma dopo due giorni mi invitò in una pizzeria e mentre io stavo sorseggiando il primo sorso di birra sventolò un foglietto dicendo: - Hanno abboccato, e proprio Xora, hanno già fatto il versamento di 650 monete elettroniche.-

 Arrivò il grande giorno ed ero parecchio emozionato, alle 10,00 appuntamento presso la direzione di Xora in centro a Milano.
 Dopo una leggera colazione, indossai la tuta; pronto a partire. La cosa più difficile era quella di evitare durante l’orario di lavoro di usare i servizi igenici, ciò avrebbe messo in grave difficoltà la mia qualità di robot e rivelato la mia misera condizione umana. Tracy aveva pensato anche all’eventualità di un’improvvisa necessità di orinare  attraverso un sistema di fili ed una sacca ben distribuita all’interno della tuta. – Puoi pisciare fino ad un litro, non ti preoccupare. Se proprio devi bere devi farlo assolutamente di nascosto. Mangiare e cagare assolutamente da evitare. – Lo disse in modo categorico.
 Ero pronto. Uscii da casa con una certa precauzione, certo i miei vicini sarebbero rimasti straniti vedermi in tuta gialla, un po’ stravagante e poteva essere la mia voglia di seguire una nuova moda, ma si sarebbero allarmati per la maschera.  Decisi di indossare maschera, guanti e occhiali in un angolo al riparo di una stradella vicino casa dove non passava quasi nessuno.  Fatto. Ora ero davvero pronto per andare in giro per la città, senza nessun problema. Ormai circolavano più robot che esseri umani, prendevano i mezzi pubblici dopo aver fatto il biglietto, silenziosi, a volte luminosi nelle loro carcasse, una presenza all’inizio inquietante, ma ormai gli umani si erano abituati; prendevano servizio in diverse fabbriche e centri commerciali della città in diverse ore del giorno e della notte.
 Per arrivare da Xora il mezzo più pratico era la metro. Aspettai pazientemente di fare il biglietto ad una macchinetta, c’era davanti a me un robot impegnato nell’operazione d’acquisto – Sono più bello io – pensai osservando la sua latta. Ed avevo conferma di questa mia bellezza ed eleganza, c’erano persone che si giravano a guardarmi ed anche qualche ragazza.
 Entrai sul treno della metro, osservai in fondo che c’erano posti liberi, e istintivamente mi andai a sedere. Avevo commesso il mio primo stupido errore, nessun robot si andava a sedere, non avevano di certo necessità di riposare il proprio corpo.  Non potevo rialzarmi,  avrei segnalato ancora di più il mio comportamento inadeguato.
 Una signora con una bambina di circa sette anni, osservò i posti liberi accanto a me e venne a sedersi proprio su quelli. Piccole treccine di un biondo rossiccio, un po’ lentigginosa, col naso puntito, e soprattutto petulante, continuava ad osservarmi. Era seduta in mezzo, tra me e la sua mamma. –Dove hai preso questi bottoni azzurri? Belli!- Pretendeva parlare con me robot, ed io cercavo di guardare avanti nel vuoto come per dire che non ero programmato per una simile risposta. – Zitta Cetty, non importunare – disse la madre.  E lei impertinente continuava a guardarmi, io cercavo di osservarla faticando dietro i mio occhiali reflex, e incrociai i suoi di  un celeste acquoso; mi rivolse un sorriso come d’intesa e poi bisbigliò piano alla sua mamma: - Il robot non è un robot, è un signore. –
-         Zitta Cetty – disse la madre. Ma l’antipaticissima dopo un po’ riprese: - Me lo puoi regalare uno dei tuoi bottoni? –
Per mia fortuna la madre si alzò trascinando la bambina con sé, scesero alla fermata successiva. Fui preso dal panico, tutte le mie sicurezze sulla performance che mi attendeva cessarono: - E se chi esaminerà avrà lo stesso intuito di quella bambina? E se … sono fregato. Terribile dopo tanto lavoro di preparazione,  e posso ricevere anche un’accusa per truffa perché hanno già fatto un versamento in denaro.”
 Scesi alla fermata del centro, andavo come un automa verso la sede della Xora, con le preoccupazioni che ormai s’impadronivano di me.  Mi fermai un attimo, avevo un desiderio esagerato di prendere un caffè, ma un robot non può sorseggiare un caffè. Fermo dinanzi a un bar, provai a berlo con l’immaginazione e poi decisi: ormai dovevo andare fino in fondo, dovevo sfidare il destino per portare a compimento quell’avventura che per me era necessaria per vivere.
 Il direttore di Xora era ben diverso da quella bambina, era entusiasta del prodotto che aveva ordinato e che intendeva provare. E io non feci certo l’errore di sedermi nella sedia che lui erroneamente mi aveva indicato. 
-Non mi è necessario riposare- dissi con la mia voce metallica.
Bene. Il tuo nome?-
Alberto 2.0 –
Costruttore?-
Corex multimedia uman robot –
Prestazioni?-
Quello che ordinate Signore; se sta nell’ambito delle mie possibilità programmate Signore. –
- Orario di servizio. Cinque ore ininterrotte, debbo uscire alle otto di sera puntuali Signore per recarmi ad altra sede di lavoro  –
- Dove? – Chiese in modo perentorio. Ed io capii che voleva mettermi in difficoltà o sottrarmi informazioni.
Non mi è possibile rispondere, signore. Riservatezza Corex. Telefonare per richiesta o inviare una mail. –
- Perbacco, ottima risposta – soggiunse sorridendo.
Compiti principali inseriti per la Xora?- Chiese.
Erano tutte quelle indicazioni che Tracy si era fatto dare dalla ditta e che io avevo ben imparato a memoria.
- Gentilezza con i clienti, ascoltare le loro domande, mostrare l’esposizione dei capi di abbigliamento, fornire dettagli su qualità, prezzo, indicare dove possono provare i capi di abbigliamento, aiutare ad indossare i capi di abbigliamento con la massima discrezione. Accompagnare i clienti che vogliono acquistare alla cassa. Salutare educatamente. Voi o un vostro dirigente potrà accompagnarmi per tutti i reparti e il mio corredo fotografico posto dietro le lenti sarà in grado di memorizzare tutti i luoghi. Sono programmato anche per ricevere ulteriori ordini purché non contrastino con la deontologia professionale della mia ditta costruttrice Corex. Fine trasmissione compiti principali inseriti per ditta Xora.-
-Perfetto, eccellente, eccellente. E se io dico cominciamo, tu cosa dici Alberto 2.0?-
- Bene molto bene. Pronto ad eseguire.-
- Perfetto, ora aspettami qui e io tornerò subito con Clelia. –
Quel tono confidenziale mi parse d’obbligo rifiutarlo con la mia logica robotizzata e dissi: - Chi è Clelia? – Chi è Clelia? – Chi è Clelia? – Come se mi fossi inceppato.
Clelia, sarà il tuo capo e prenderai gli ordini in dettaglio da lei, e sarà lei che ti accompagnerà nei reparti.-
- Bene, Clelia capo, capisco – attendo qui Clelia – completai con la mia gola metallica.
Ce l’avevo fatta.

  Mi lasciò e dopo appena un minuto ritornò con una giovane e bella ragazza, bruna, di altezza media ma dalle forme che parevano  slanciarsi, i suoi occhi erano di un nero luminoso e le sue labbra mi turbarono.
-Questa e Clelia e sarà il tuo capo, lei ti darà tutte le indicazioni operative che tu dovrai ben memorizzare. –
Clelia mi guardò con i suoi occhi neri e mi rivolse un sorriso come se fossi un giovane nuovo dipendente a cui voleva mostrare una gentile accoglienza.
E io dissi: - Assestamento, assestamento funzionale – e poi aggiunsi – buon giorno Clelia capo, piacere di conoscerti. –
-Buon giorno – rispose meravigliata e un po’ divertita.
-Bene – disse il direttore – ora telefonerò alla Corex per dire che può cominciare il periodo di prova. Mi  hanno detto che possono procedere alla tua attivazione tramite un codice d’impulso inviato telefonicamente –

 Sì, lo so Signor Giudice che lei vorrebbe che io gli fornissi quel numero di telefono di Tracy che rispondeva per la fantomatica Corex, ma io non lo fornirò ed ormai è stato totalmente cancellato dal sistema telefonico, il mio amico Tracy l’ha saputo fare e si è reso invisibile alle vostre ricerche.

 Il direttore parlò brevemente con Tracy e Clelia continuava ad osservarmi ed anch’io osservavo lei nascosto dietro i miei potenti occhiali reflex che potevano memorizzare la sua bellezza. Poi il direttore si rivolse a me dicendo che la Corex voleva che io prendessi la cornetta del telefono per l’attivazione. All’altro capo della linea telefonica, c’era Tracy che con aria divertita mi disse: - Ehi genio del mimo, hai visto che hanno abboccato. Rimani ancora in linea che io ora con qualche pernacchietto ti attivo. – Cominciò a procedere con qualche rumore fatto con la bocca e io dovetti trattenermi dal ridere, e per evitare mi feci forza dicendo: - Attivazione telefonica avviata724081 qui Alberto 2.0.  Attivazione.  Attivazione completata. -  E abbassai la cornetta del telefono per evitare gli ulteriori rumori di Tracy.
 Il direttore con aria molto soddisfatta mi salutò ed io mi avviai con Clelia verso i reparti. Iniziò cosi la mia avventura presso Xora.  Tutte le cinque ore dei tre giorni di prova passarono tranquillamente. Clelia continuava a condurmi in ogni luogo, mi mostrava ogni cosa: camerini di prova, prodotti, prezzi, codici. Di tanto in tanto mi chiedeva: - Puoi memorizzarlo? – Ed io rispondevo sempre con un sì, gentile e metallico. Lei restava sempre sorpresa delle mie capacità e sorrideva per i miei movimenti molto umani e nel contempo robotici e scattanti, anch’io sorridevo con lei dietro la mia maschera laminata. Il periodo di prova fu superato alla grande e cominciò pienamente il mio rapporto di lavoro.
 Erano tutti entusiasti di me: il direttore (che poi era nei fatti il maggior azionista dell’azienda e di fatto il padrone); Clelia che era il mio capo; e soprattutto i clienti. Tra tutti i robot impiegati in Xora io ero quello che procurava più vendite, si era addirittura diffusa la voce per la città e c’erano clienti che venivano da Xora per vedere me e in quell’occasione non si sottraevano a qualche acquisto. A spanne si poteva fare il conto che facevo guadagnare all’azienda un 50 volte quello che mi davano per paga. Tutti entusiasti del mio essere Robot e nel contempo comportarmi proprio come un umano.  “Avrebbero potuto semplicemente assumere un umano, ma in quel modo sarebbe cessata la loro stupida meraviglia”.
 Una delle cose comiche che mi toccava di fare era quella di accompagnare i clienti (uomini e donne) nel camerino per indossare in prova gli abbigliamenti che pensavano di comprare, e a volte si trattava di abbigliamento molto intimo. Sulle prime trovai la cosa divertente, ma subito cominciò ad essere fastidiosa; non pensavo che anche un Robot potesse essere sessualmente abusato; qualcuna ed anche qualcuno ci provava a sfiorare il posto dove gli umani tengono i genitali. Di cosa volessero sincerarsi o provare era veramente riprovevole.  Come Robot potevo avere da quelle parti solo dei circuiti elettrici, ma per me uomo era estremamente pericoloso. Per fortuna, fin dal primo tentativo di abuso, ebbi un’illuminazione di spirito, e bloccai la mano curiosa con la mia voce metallica: - Attenzione i circuiti elettrici possono generare un allarme -  Ero salvo, e continuai ad usare il geniale dispositivo anche per le successive scabrose situazioni.
 Tutto filava liscio a Xora da più di due mesi, guadagnavo io, guadagnava l’azienda, e ricevevo commenti entusiasti, molti clienti li lasciavano per iscritto: - Ottimo Alberto – Stupendo Alberto – Vai Alberto, sei forte – ecc. ecc.-
 Accadde però un incidente: per colpa del caso o per colpa di Clelia.
 Clelia era ben contenta di me, ma era anche troppo meravigliata per le tante cose che riuscivo a fare e per la gentilezza che prodigavo. A me guardava con un rispettoso sospetto ed ero costretto a dissimulare un qualche piccolo malfunzionamento; ad esempio ripetendo la stessa frase tre volte o dicendo: -Reset, scusa, attendere prego -. E Clelia, il mio capo diretto, pareva rassicurarsi.

 Ora, Signor Giudice, visto che in questo processo Clelia si è autoaccusata ed anche esposta per difendermi, ed avrei preferito che non l’avesse fatto, racconterò di quell’incidente che cambiò di molto la mia vita.

 Clelia quel giorno doveva trasportare dei Robot dal piano terra al sesto per allestire una nuova esposizione, scelse tre Robot e il quarto fui io. Ebbe la casuale idea di ficcarci tutti nell’ascensore, e salì con noi in quello spazio molto ristretto. Destino volle che l’ascensore si bloccasse tra il quinto e il sesto piano ed io rimasi lì con Clelia per circa cinque minuti. Lei si era innervosità, lo spazio era poco ed era costretta a sfiorarmi senza volerlo. Arrivò a dirmi se la potevo aiutare ed io con la mia gola metallica risposi: - Non è nelle mie capacità, non è di mia competenza.- Qualche sensazione scattò dentro di sé, cerco di allontanarsi da me. Non capivo cosa stava succedendo. Percepii che Clelia avesse capito. Quei cinque minuti finalmente passarono, ci vennero in soccorso e l’ascensore fu riportato al piano.
 Non finì lì. Quella sera lasciai il lavoro all’ora prevista e come al solito andai via. Solito percorso: metro dal centro fino alla mia fermata, trecento metri a piedi, quell’angolino vicino casa dove toglievo maschera e occhiali e poi gli ultimi passi fino al portone dello stabile in cui abitavo. Tutto a posto, tutto in ordina, non mi ero minimamente accorto che Clelia molto abilmente mi aveva seguito.
 Il portone dello stabile di casa si era chiuso alle mie spalle, ed ero salito su verso il mio monolocale/soffitta senza alcuna preoccupazione. Lei aveva atteso pazientemente fino all’arrivo di un altro inquilino a cui chiese dove abitava quel signore che usava vestirsi con una tuta gialla, e quello stupido di Oreste del primo piano gli indicò esattamente la mia porta al sesto piano.
 Appena ero entrato in casa, come al solito non mi ero tolto neanche la tuta perché avevo una gran fame ed ero subito andato a prepararmi un toast; quando sentii bussare alla mia porta pensai che fosse Tracy era solo lui che spesso si presentava senza neanche preavvisare ed aveva le chiavi del portone dello stabile. Aprii con il toast in parte in mano e in parte in bocca. 
-         Alberto! – disse lei, e pareva che non ci fosse alcuna meraviglia nel trovarmi in quello stato.
-         Clelia! – dissi io quasi soffocando per il toast e per la sorpresa.
Ero k.o.  steso, lei entrò e i suoi occhi vagarono veloci per la mia misera camera e poi si fermarono sulla maschera laminata che stava distesa in riposo sulla tavola. Poi si voltò verso di me come ansiosa di volermi finalmente guardare negli occhi. Scorsi che in lei non c’era acredine e neanche sorpresa, pareva quasi compiaciuta del trovarmi in quello stato umano.
-         Che dici!? – chiesi io con apprensione e con la mia voce che finalmente non era metallica.
-         Dico che hai una bella voce. E poi dico meno male –
-         In che senso meno male? –
-         Meno male perché mi sentivo come una stupida. Mi stavo innamorando di un Robot. –
E’ evidente, Signor Giudice, che ora sospenderò di narrare come proseguì il mio dialogo con Clelia, appartiene a quel privato di cui spesso narrano i romanzieri ma che non si addice ad un’aula di Tribunale. Posso solo dire che accadde quello che accade ad un uomo ed una donna che finalmente possono unire le loro solitudini. Quello che per un attimo avevo sentito come un pericolo si rivelò come la cosa più bella della mia vita.

 C’era un futuro per me e Clelia, ci amavamo,  lavoravamo ambedue, avevamo di che vivere e forse potevamo cercare una casa dove abitare insieme. Non rubavamo niente e facevamo guadagnare quell’azienda che tanto disprezzava il lavoro umano. Tutto filava liscio come l’olio. Ma la cattiveria di questa società è tanta e tale che difficilmente se ne comprendono le motivazioni.
 Ora racconterò di alcuni fatti che forse possono aggravare la mia posizione in questo Processo, e lo faccio per amore di verità, perché noi uomini liberi abbiamo a cuore la verità.


C’era un giovane negro, Gino si chiamava, che lavorava da Xora come addetto alla sicurezza, simpatico e cordiale con tutti; lo era con i clienti e perfino con noi Robot; a me ogni giorno rivolgeva bonariamente un saluto quando entravo al lavoro: Ciao super giallo. Ed io con la mia voce metallica rispondevo: Buon giorno a te Gino. E lui luminosamente sorrideva mostrando i suoi denti bianchi nel nero del suo volto.
 Un lunedì mattina vedo che al posto di Gino ci stava un Robot addetto alla sicurezza. Appena entrai mi intimò l’alt, dicendo con una voce metallica simile alla mia: - Accertamento anomalo. Accertamento anomalo. Fermarsi per perquisizione –
 Mi impediva l’accesso, e capii che dovevo fare subito qualcosa. Tornai indietro sui miei passi e velocemente mi allontanai dall’ingresso di Xora. Quando fui ben lontano, chiamai con il telefonino Clelia e gli dissi quello che era successo. – Non insistere ad entrare. Pare che abbiano licenziato Gino e l’hanno sostituito con questo nuovo Robot. Forse percepisce qualcosa di strano in te, è meglio non insistere.-
 In pratica ero fritto ed occorreva porre un rimedio. Telefonai a Tracy, mi disse di non preoccuparmi, lui avrebbe telefonato alla direzione della Xora per dirgli che mi avevano richiamato in sede per urgenti riparazioni al sistema di comunicazione, e che per i giorni di mancata prestazione non avrebbero avuto oneri ed erano disposti a risarcire Xora per il mancato servizio.
 La cosa era momentaneamente tamponata. Rividi la sera Tracy, nella nostra solita pizzeria e appena a tavola disse: - Tu non puoi mettere piede da Xora, se io non riesco a modificare la cablatura di quel Robot.
-         Ma tu puoi farlo? – chiesi molto preoccupato.
-         Certo che posso farlo, non è difficile per me. Solo che occorre immobilizzarlo per almeno un minuto e non è facile.
Soffocavo all’idea che tutto fosse finito e che nonostante quel mio prodigarmi rischiavo di perdere il lavoro. Studiammo un piano in tutti i particolari e poi lo mettemmo in atto.  Io non volli coinvolgere Clelia in quell’azione e nonostante l’opposizione di Tracy insistetti per fare l’azione il giovedì sera, quando Clelia non era impegnata da Xora. – Ma ci può essere molto d’aiuto – diceva lui.  –Ma allora non se ne fa niente – dissi io categorico. E dovette accettare la mia condizione.
 Io e Tracy ci recammo da Xora come clienti  il giovedì sera, verso l’orario di chiusura. Io conoscevo bene tutti gli spazi possibili, e sapevo che c’era un camerino in disuso dove potevamo nasconderci, ci stava della merce fuori moda accantonata ed era disattivato alla sorveglianza. Una volta chiuso il magazzino potevamo entrare in azione. Quando tutto fu spento il Robot Stic 200, quello che mi aveva fermato per sospetti, iniziò a fare il giro dei reparti per controllare se fosse tutto in ordine. Era un bell’affare per l’azienda:  Stic lavorava giorno e notte, non solo il negro Gino era stato licenziato ma anche il napoletano Pasquale addetto al turno notturno.
 Tracy teneva con la sua mano destra una macchinetta particolare e chiesi: - Cos’è? –
-         Una specie di cloroformio per Robot, se riesco ad avvicinarla alla sua testa gli addormento tutti i circuiti. Tu devi però bloccarlo da dietro ed impedire che possa usare la sua mano destra. Se la usa e prende la sua arma dalla cintola sarà lui che addormenterà i nostri cervelli. Ed è uno di quelli che non sbagliano mira.
Secondo il piano dovevo infilare il nodo della corda che tenevo con me proprio alla sua mano destra del Robot e poi tirare con tutta la mia forza per farlo cadere a terra.  Poi sarebbe intervenuto Tracy.
 Mi avvicinai a Stic da dietro, ma fui maldestro e urtai un manichino del reparto che cadde a terra rumorosamente, mi precipitai velocemente a nascondere, e per la mia idiotissima paura  lasciai cadere la corda di nailon con il nodo trappola.  Siamo  fritti, pensai precipitando in disperazione. Il Robot guardiano si voltò verso il manichino caduto, scrutava con i suoi raggi rossi visivi dappertutto, poi puntò a guardare proprio la cordicella di nailon che forse si rifletteva a lui luminosamente. Si piegò e la raccolse. – Cose è questa? –disse con la sua voce metallica. Si piegò, la raccolse e mise la sua mano proprio dentro il nodo per meglio osservarlo con tutta la sua intelligenza artificiale. E fu in quel momento che io capii che quello era il momento per agire, mi attaccai con tutta la mia forza al capo della corda che pendeva. Tirai fino a farlo cadere per terra. Si sentì il tonfo metallico della sua corazza e Tracy gli fu addosso con la sua macchinetta che addormentava i circuiti. Si muoveva con tutta la sua forza e la paura era tanta. Ma poi cominciò a muoversi sempre più lentamente fino a cadere nel suo sonno tecnologico. Definitivamente fermo. Tracy trasse dal taschino della sua giacca un piccolo cacciavite, l’attrezzo chirurgico con cui avrebbe completato tutta l’operazione. Sorrise e disse: - E ora ragazzi cabliamo tutto. –
 Il tutto non durò più di otto minuti di paziente lavoro di Tracy, e durante l’operazione continuava a parlare come a descriverla a me che stavo con gli occhi sbarrati a guardarlo: - Non riconoscerai più Alberto 2.0. e non romperai più i coglioni agli esseri umani. Romperai  le balle solo a quelli come te. Continuerai a riconoscere armi che possono entrare dentro i magazzini…. Continuerai a riconoscere liquidi e burro e nient’altro –
-         Che c’entra i burro? – diss’io meravigliandomi.
-         Alla prossima pizza poi ti spiego – disse tacitando la mia curiosità.
Tutto fatto, Stic era stato neutralizzato e non sarebbe stato più un pericolo per me.
 Io e il mio amico Tracy abbiamo fatto il nostro dovere signor Giudice. E non abbiamo portato alcun danno alla società Xora che avrebbe continuato a mantenere la sua sicurezza.  Io non dirò mai niente che possa portare al riconoscimento del mio amico Tracy e spero di riuscire a mangiare ancora una volta una pizza con lui. Per fortuna ancora esiste qualche pizzeria senza Robot in questa società di merda. Potrei aggiungere che ancora esiste qualche sezione di questo tribunale non amministrata dai Robot giudici. Per fortuna Signor Giudice lei è ancora un uomo, ma mi mordo la lingua perché non voglio apparire come un imputato che corteggia la corte.


 Il tempo ritornò a scorrere con tranquillità da Xora, specie per me e Clelia che eravamo felici. Stic 200 mi salutava all’ingesso con cortesia ed io facevo il mio lavoro con dedizione e con l’entusiasmo di tutti i clienti.
 Clelia ed io avevamo preso in affitto un appartamento in città e presto ci saremmo trasferiti là con tutte le nostre cose. Avevamo prosciugato tutti i nostri risparmi, ma ci sentivamo in parte al sicuro perché un lavoro l’avevamo.
  Ma il nostro padrone Xora arrivò con le sue decisioni  prima che ci trasferissimo di casa e ruppe tutti i nostri sogni: Clelia fu licenziata. 
 Era brava, era stimata, era stata pure premiata come miglior manager dell’azienda Xora, ma fu licenziata.  “Necessità economiche organizzative vitali per l’Azienda”, fu questa la motivazione inserita nella lettera di licenziamento.
 “Non ci possiamo fare niente”,  dissero quelli del sindacato “sono i nuovi dispositivi permessi dalla nuova normativa, in ogni caso ti daranno una cospicua liquidazione; poi con il tuo curriculum sarà facile trovare un nuovo lavoro”.
 La cospicua liquidazione fu tutta assorbita per il trasferimento nella nuova casa in affitto, e in quanto a un possibile nuovo lavoro gli orizzonti erano proprio neri. L’unica entrata sarebbe stata la mia, finché sarebbe durato il mio mestiere di Robot.
 Al posto di Clelia arrivò la rossa Terry 3.0, un robot a capo di tutti i robot dell’azienda Xora. 
 Tracy telefonò alla direzione di Xora dicendo che non c’erano problemi e che potevo ricevere ordini anche da un Robot capo reparto.
 La rossa Terry 3.0 cercava addirittura di essere carina con me e provava a darmi inutili consigli con la sua voce metallica. E io eseguivo alla lettera cercando di non indispettirla nei suoi sensibili circuiti. Ma un pomeriggio mi chiamò in disparte dagli altri robot e mi disse con la sua voce metallica: - Sei strano,  Alberto 2.0 -.
Ed io risposi con la mia voce metallica: - Sono strano perché sono innamorato -.
-         Non capisco, non capisco.- Continuò a dire Terry allontandosi da me.
Non penso che sia stato io a guastare i circuiti di Terry la rossa con la mia frase sull’amore, probabilmente  c’era un difetto di fabbricazione. Fatto sta che c’era qualcosa che non andava bene in lei. Mi ero accorto che ogni tanto fuoruscivano dalle sue orecchie delle piccole scintille. Ero preoccupato e nel contempo non sapevo cosa fare: gli altri robot non erano certo in grado di notare il difetto di un Robot inserito in scala gerarchica come superiore; di altri umani impiegati nei reparti non ce ne stavano più; ed i clienti tutti concentrati nei loro acquisti non erano certo attenti a simili difetti. C’era solo una possibilità: avvisare io la direzione. Continuavo a rinviare perché la cosa poteva mettere in avviso l’amministrazione per la mia particolarità di controllare un superiore nella scala gerarchica dei Robot.  Alla fine mi convinsi che era prevalente fare qualcosa per evitare un qualche incidente e decisi di mettermi a rapporto con l’Amministratore.
-         Rapporto sicurezza!? - Disse meravigliato l’amministratore osservandomi come a voler mettere a nudo tutti i miei circuiti.
-         Rapporto sicurezza. – Ripetevo io con la mia voce metallica e cercando di nascondere la mia apprensione.
-         Strano, tu non sei addetto alla sicurezza e vuoi fare un rapporto sulla sicurezza.-
-         Sì, signore –
-         Dimmi Alberto.-
-         Segnalo anomalia funzionamento di Terry 3.0 – dissi.
-         Ma è il tuo capo. Vuoi dire che ti lamenti dei suoi modi di fare con te?-
-         Nessuna lamentela, rapporto sicurezza –
-         Cosa vuoi dire? – disse un po’ innervosito nei miei confronti.
-         Fa scintille dalle orecchie. Pericolo incendio. – Dissi nella speranza di essere definitivamente capito.
-         Addirittura! – Disse sorridendo.
-         Rapporto sicurezza. Necessario provvedimento. – Aggiunsi e non potevo andare oltre, come Robot avevo già fatto oltre ogni possibile aspettativa.
Il direttore mi ringraziò e mi fece uscire, dicendo che avrebbe preso un provvedimento.
 Cosa fece non so. Forse nulla. Forse quando lui osservò  Terry non si verificarono le scintille;  infatti il fenomeno non avveniva sempre, e solo qualche volta inaspettatamente. Fatto sta che Terry il giorno dopo era sempre là ed il giorno dopo ancora, nessuna interruzione al suo servizio di capo area. E poi arrivò il fatidico giorno.

 Era un venerdì sera alle ore 18,00, e di solito, nel fine settimana a quell’ora, da Xora c’era un grande afflusso di clienti.
Mi accorsi che tra i clienti che attendevano di parlare con me ci stava una signora con una bambina; era proprio quella signora con quella petulante bambina che avevo incontrato  sulla metro il primo giorno del mio avvio al lavoro.  Cercai di defilarmi dicendo una stupidata al mio ultimo cliente.
-         Necessaria verifica qualità prodotto. Attendere prego. –
Andai a nascondermi, volevo attendere che mamma e figlia fossero serviti da un altro Robot e una volta fatto l’acquisto se ne andassero. Da dietro le stampelle degli abiti osservavo che stavano sempre là, mamma e figlia. Intanto arrivò Terry, che mi sgridò e mi invitò subito a ritornare a servire i clienti, notai che usciva una piccola scintilla dalle sue orecchie. Non avevano preso alcun provvedimento. 
 Dissi subito una balla a Terry per sottrarmi e prendere tempo: -Mi hanno chiamato subito in Direzione con urgenza. Torno presto. – Terry nei circuiti elettrici del suo cervello si rassicurò, la parola Direzione aveva qualcosa di magico; girò su se stessa e si allontanò da me.
 La bambina intanto, mentre la madre chiedeva ad un mio collega Robot, si era allontanata e si era avviata al piano di sopra dove c’era l’abbigliamento infantile; forse con il permesso della madre o probabilmente di sua iniziativa. Intendevo seguirla ed osservarla nascostamente, fino a che sarebbe andata via con sua madre.
 Quell’antipaticissima bambina, capace di distinguere a fiuto un uomo da un Robot, per me rappresentava un grave pericolo. Ed eccola là che si trastullava tra piccole gonne coloratissime, sotto il mio occhio nascosto ed attento.

 Intanto al piano di sotto era successo qualcosa che poi fu definito nei rapporti di polizia come imponderabile o doloso ; ma io che avevo denunciato il tutto oggi posso ben capire cosa accadde.
  Terry 3.0 era sicuramente passata in quel reparto dove esponevano le calze di nylon da donna. Ce ne stavano di tanti modelli ed appese in alto e ben stese in modo che le clienti ci urtassero con i loro volti e fossero attratte dalla qualità e morbidezza e fossero spinte a toccare, osservare e comprare.  Terry passò là vicino e dalle sue orecchie uscirono sicuramente quelle scintille.  In pochi attimi per il reparto calze di nylon si propagò il fuoco, immediato, vorace, prese a interessare altri reparti con lingue che avvolgevano  tessuti e clienti. Il panico non si fece attendere, accompagnato da urla e fughe precipitose verso le scale.
 Nel reparto dove io di nascosto controllavo la bambina ancora non si percepiva nulla, ma ai piani bassi era già un fuggi fuggi generale. Quando l’incendio arrivò al piano dell’abbigliamento infantile era nel pieno della sua forza devastatrice. I pochi piccoli visitatori con le loro mamme si precipitarono verso le scale.
 Ebbi paura cercavo con i miei occhi la bambina e non la vidi più. Eppure un attimo prima era sotto il mio sguardo, ero disperato perché ogni attimo metteva a repentaglio anche la mia sopravvivenza, ma non potevo lasciarla in quell’inferno.  Eccola!  Finalmente! Era a terra svenuta, un grosso manichino attaccato al muro con una corda  ormai bruciacchiata era caduto proprio sulla sua testa.
 La raccolsi, ora dovevo guadagnare l’uscita, ero rimasto solo io e lei in quel reparto.  Scendere le scale con lei in braccio fu come scendere nell’inferno, perché al piano sottostante il fuoco era già avanzato.  Dovevo nel contempo controllare che non prendessero fuoco i miei abiti e quelli della bambina e insieme cercare di respirare meno fumo possibile. Per fortuna la tuta costruita da Tracy mi fu d’aiuto perché in qualche modo resisteva alla fiamma,  ma sentivo tutto il calore e il bruciore, e con le mani provavo a spegnere i brandelli infuocati della gonnellina della bambina. Non so quanto fumo ho ingoiato, ma la mia mente restò acuta e mi suggerì il ricordo di alcune piccole scale di servizio, riuscii a raggiungerle.
 Mentre i magazzini Xora erano stati evacuati dai suoi clienti che stavano tutti dinanzi all’ingresso principale sotto la protezione dei vigili, mentre  quella madre disperata  voleva rientrare per cercare la figlia e le guardie, che l’avevano trascinata fuori,  la trattenevano a forza,  io con la bambina scendevo stanchissimo le scale di servizio piene di fumo ma salve dalle fiamme.
 Uscii con in braccio la bambina,  in salvo,  sul cortile esterno,  sul retro dei magazzini Xora. Sul piazzale del cortile,  in ginocchio,  c’era un uomo, lo riconobbi subito, era il direttore di Xora, nonché amministratore e maggiore azionista. Stava là disperato a guardare i piani alti dei suoi magazzini che venivano divorati dalle fiamme.
 Non c’era nessun altro, clienti e soccorritori erano tutti sugli ingressi principali. E i tanti Robot non so proprio dove potessero essere.  Forse finivano di bruciare arrostiti con i loro circuiti.
 Ero sfinito e respiravo a stento,  posai la bambina vicino al Direttore, feci qualche altro passo e poi caddi.
 Non so quanto ho dormito lì per terra,  e quanto poi in ospedale.
 Quando in ospedale sono rinvenuto  mi sono ritrovato in stato d’arresto.
  Sono accusato di avere operato con frode e inganno nei confronti dell’Azienda Xora, di averlo fatto esercitando tutta la mia malafede. Si fà addirittura l’ipotesi che sia stato io ad appiccare l’incendio per distruggere le prove dei miei delitti,  e per distruggere tutti i Robot.  Si dice, perfino, che io sia un grande nemico del progresso.  Il Direttore, come hanno riportato tutti i giornali e le TV, è stato considerato il salvatore della bambina ed ha ricevuto pubblicamente e in diretta il commosso abbraccio della madre.
 Io so solo che non sono un Robot, e nel contempo mi vergogno di essere un uomo.
 Non so quale sarà il Vostro giudizio, lo temo.
 Per me forse era meglio finire la mia vita, e  non svegliarmi in questo ulteriore incubo.
 La mia memoria difensiva è finita.
 Dopo la Fine.
Provate ad essere giudici Voi.

Copyright  © Francesco Zaffuto

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